Sono in una stanza di soggiorno o forse sono in un film degli anni Novanta. L’ambiente è grigio e carta da zucchero, con una sfumatura rossastra prodotta dalla luce di un tramonto estivo che filtra attraverso delle veneziane semichiuse. Nella stanza ci sono tre personaggi, tre uomini; uno sulla cinquantina, gli altri due più giovani, forse miei coetanei. Li osservo seduto, anzi sprofondato in un divano. Nell’uomo sulla cinquantina riconosco un avvocato che mi è stato presentato qualche tempo, uno ricco, uno che “investe”. È appoggiato allo stipite di una porta e, dietro gli occhiali tondi, mi guarda con un sorriso da clown. In piedi nella stanza sta uno dei due uomini più giovani. È un amico, uno con cui in passato ho tentato di mettere in piedi una società, ma che alla fine si è messo in proprio, ché è un tipo brillante lui, un hustler, uno stronzo patentato. Ora però mi appare come quando l’avevo conosciuto anni fa, un ragazzone inebetito, con un taglio di capelli da cantante Britpop e le guance arrossate. L’ultimo è il mio migliore amico dell’infanzia. È seduto sulla spalliera del divano, sull’altra sponda rispetto a dove sono seduto io, e ha addosso un abito gessato e un paio di occhiali da sole. Oggi è un ingegnere chimico e ci vediamo raramente, ogni tanto la domenica, al bar in piazza; ma da bambini eravamo molto uniti, abbiamo costruito insieme decine e decine di capanni. Nella stanza di soggiorno nessuno parla, nessuno si muove, nessuno neanche fuma. Forse dovremmo prendere una decisione importante, o almeno discutere di un qualche affare; ma siamo come schiacciati dai fallimenti di una vita intera, forzati ad assistere a un tramonto continuo… Poi sono con il mio ex-migliore amico nel retro di un’automobile lussuosa. Lui indossa sempre l’abito gessato e gli occhiali da sole. Percorriamo una strada sterrata, ma l’automobile sembra viaggiare su un binario, procede senza il minimo sobbalzo. Il paesaggio fuori dai finestrini è una campagna arida, incolta. L’automobile si ferma nei pressi di un capanno. “Qui è dove vendevamo le armi”, mi dice il mio amico. Il capanno è un assemblaggio di lamiere ondulate, eternit e tavole di legno – uno strampalato castello di carte, lontano anni luce dalle costruzioni tutte precisine che, se pur sempre con materiale di recupero, mettevamo in piedi noi da bambini. Dal capanno esce un uomo anziano, claudicante, che non riconosco. Non mi dice nulla e mi porge un fucile d’assalto. Afferro l’arma, religiosamente, e poi mi sveglio. Sono nell’ufficio della mia piccola e media impresa – ovvero, una stanza lercia al piano terra della casa colonica nella quale ripongo tutti gli attrezzi agricoli. L’ufficio era prima di mio nonno. E infatti c’è ancora un macello di carte e di cose e di odori che neanche una stalla. Io brucerei tutto. Ma ogni tre per due salta fuori una questione irrisolta. E allora, con mio padre, ci mettiamo in ginocchio a frugare in tutta quella merda, nella speranza di trovare un’altra tessera di quel mosaico che è una vita costruita su una linea di faglia, spesa a mettere insieme proprietà fatiscenti, e terreni franosi, e cose mezze-rotte, e rapporti umani inconsistenti… Quando mio nonno è morto, a noi ci è crollato tutto addosso. Nella casa ho trovato un tavolo bello, non particolarmente nobile, ma bello, di legno massello, con le gambe tornite. L’ho ripulito e lucidato. Ho scaraventato nel fondo del garage quel tavolaccio che era la “scrivania” di mio nonno, e messo il mio al centro dell’ufficio. Adesso sono seduto in mezzo alla merda, su una sedia pieghevole, ma a un tavolo bello. Ho pure un computer, una pila di Post-it e la penna Mont Blanc che mi hanno regalato alla cresima – una Mont Blanc blu, una chiccheria. La mia commercialista mi ha parlato di certi fantomatici fondi regionali per le giovani imprese agricole. Non l’avessi mai fatto a ridirlo a casa che è diventata un’altra cantilena. Colazione, pranzo, cena: hai guardato i fondi regionali? Hai guardato i fondi regionali? I fondi regionali? I fondi regionali? Eh guardiamo questi cazzo di fondi regionali! Google: f-o-n-d-i-r-e-g-i-o-n-a-l-i. A scrollare i bandi c’è da ridere: “adozione di nanotecnologie”; “abbattimento del divario laboratorio/mercato”; “sviluppo a livello di tecnologie spaziali”; “schema aperto di innovazione dirompente” – “schema aperto di innovazione dirompente”? E cosa vuoi dirompere che qua è tutto già rotto… Io non so da dove iniziare a rimettere insieme i pezzi. Non so cosa fare con questi terreni, con questa casa, con i cani randagi che stanno fuori dalla porta, tutti smagriti e bavosi. Non so cosa fare con i frutti che crescono sugli alberi e che in un modo o nell’altro devo raccogliere, processare, trasformare – in vino, in olio, in soldi, e nuovamente in terra, in piante. Mi domando se esista un bando per riprogrammare questa ciclicità, per fare in modo che non diventi una spirale di fatica e di insoddisfazione, ma un disegno che si apre, che rotola in avanti… Ho bisogno di aria. Salgo sul tetto della casa. È una mattina luminosissima, ma è ancora fresco, e quella frescura rende il paesaggio quasi croccante. Osservo la campagna intorno alla casa; e poi, più in là, l’autostrada, altra campagna, il mare. In basso i cani mi fissano, ansimando. Uno comincia ad abbaiare. “Zitto!,” gli urlo; ma lui continua. “Stai zitto, ti ho detto!,” ma lui continua ancora. Allora, porco Dio, prendo una tegola e gliela tiro addosso. Sono in palestra. Ho iniziato un nuovo programma intensivo che si chiama “Shortcut to Size”, perché voglio mettere su muscoli più definiti. L’ha sviluppato un culturista italoamericano con duecento pseudo-dottorati – ti dà l’app gratis e poi te la riempie di pubblicità dei suoi beveroni proteici, lo svelto… Il programma consiste nel diminuire il numero di ripetizioni ma aumentare il peso ogni settimana. Fai così per quattro settimane e poi ricominci da capo. In dodici settimane sei un campione e la gente per strada non ti riconosce. In pratica, si tratta di fare in modo che i muscoli non si abituino allo stesso rapporto numero di ripetizioni/peso e quindi ristagnino; mentre, se glielo sconvolgi, quelli vanno in palla, si attivano e crescono. Bum. In sala, ad allenarsi, c’è anche questo tipo che conosco da quando ero ragazzino, veniva alla mia stessa scuola media. Fa il contadino pure lui. Solo che le terre che coltiva a lui se l’è comprate. Questi prima non c’avevano niente. Hanno lavorato una vita come asini nelle campagne degli altri e mo’ c’hanno una campagna pure loro, una tutta loro. Io li rispetto, gente seria, che punta agli obbiettivi seri della vita. Il tipo si mette sulla panca. Ha caricato il bilanciere: 30 e 30. Si stende, afferra la sbarra e la centra facendola scivolare di qualche centimetro. Sblocca quindi il bilanciere dall’appoggio, se lo porta al petto, lentamente, e lo spinge su – così, per quindici ripetizioni, pulitissime, pare una macchina, scende in due tempi, inspirando, sale in uno, espirando. Quando ha finito il set gli chiedo se possiamo alternarci. Tengo lo stesso peso, seguo la stessa procedura: mi stendo, centro, sblocco, scendo, salgo. Alla decima ripetizione devo chiudere gli occhi perché mi sento che le pupille mi stanno per scoppiare fuori dalle orbite. Il tipo mi si mette allora dietro la panca e fa per afferrare il bilanciere. Mi dice: “Dammene altre due”. Gliele do, con la tutta la forza che riesco a convogliare alle braccia dal più remoto dito dei piedi. Alla dodicesima ripetizione mi stappa dalle mani il bilanciare un secondo prima che mi precipiti e squarci lo sterno. Mi alzo dalla panca e lo ringrazio. Mi viene da vomitare, mi siedo sul primo attrezzo che trovo. Mentre lo guardo caricare altri 5 Kg per lato e apprestarsi a eseguire un’altro set, penso a quella volta che mio padre, commentando la vicenda della sua famiglia, l’aveva definita “la rivincita del mezzadro”. Ho vinto un premio per la mia impresa agricola giovanile, per la mia start-up. Il bando a cui ho partecipato si chiamava “stimolare il potenziale di innovazione delle PMI per un’agricoltura sostenibile”. Il mio progetto è di aprire un agricampeggio. Mio padre voleva aprire una cantina, ma io i miei conti me li sono fatti e una cantina sarebbe costata due volte l’ammontare del premio – oh, sia chiaro che i miei soldi qui dentro ce li ho già buttati tutti e i debiti a vent’anni non li voglio. L’agricampeggio invece mi costa il giusto. Ho fatto ristrutturare le stanze al piano di sopra della casa, in due sono riuscito pure a infilarci il bagno privato. Al piano di sotto, ho ripulito la cucina, e lì ci faccio reception e colazioni. Ho poi spianato il terreno sotto gli ulivi, e là qualche fricchettone, se vuole, ci può pure stare in tenda. Le roulotte invece non le voglio, troppe noie: devi fare gli scarichi, portare l’elettricità, ecc. E poi non c’è proprio spazio materiale; dovrei togliere un pezzo di vigna, ma non se ne parla. Più avanti, se mi va bene, piuttosto ristrutturo il garage e ci faccio uscire altre due stanze… Sono con un fotografo. È uno che conosce  mio fratello; gli ho chiesto a lui di consigliarmi qualcuno perché mi servono delle foto fatte bene della casa, interno ed esterno, per il sito web dell’agricampeggio. Il fotografo sembra un tipo OK, tutto vestito fichetto, con le Nike e il berretto da baseball. Le foto che fa sono belle – cioè, la casa è bella, la campagna intorno ancora di più; solo un coglione riuscirebbe a fotografarle alla cazzo di cane. Quando ha finito, le guardiamo meglio sul suo computer, sul tavolo dell’ufficio. Mi dice che ci mette mano con Photoshop nei prossimi giorni, che le fa diventare ancora più belle – tira fuori i colori, ancora di più, che la gente quando le vede pensa che è la Grecia. Lo porto a pranzo in un ristorante alla marina. Poi mi dice che vuole vedere il paese. Risaliamo. C’è un caldo bestiale e in giro non c’è un’anima. Nota che ci sono tantissime case in vendita e mi chiede perché. Eh, perché? Perché in paese non ci vuole stare più nessuno. Tutti si sono fatti i casamenti in campagna, che tanto fanno i contadini. E le case in paese le mettono in vendita sperando che arrivano gli inglesi a comprarsele. Aspetta e spera… Certe catapecchie incrostate di merda di piccione che te le raccomando. Pure il palazzo in piazza è in vendita – tutto intero. Se osservi la facciata, dalla qualità delle tapparelle, capisci che ogni dieci anni la famiglia che ci viveva ne chiudeva un pezzo. Gli ultimi anni, a giudicare dalle quelle due sole finestre ben messe, vivevano in una stanza. E adesso? Boh, forse pure loro in campagna… Lo riporto giù, alla stazione, che riprende il treno per tornarsene da dove è venuto. Quando ci salutiamo gli dico che ha la mia e-mail, che mi mandi la fattura del lavoro che gli faccio un bonifico. “Mah, visto che era un prezzo di favore, pensavo che potevamo accordarci tra noi…”, mi dice. “Ah… Eh, non avevo capito che li volessi cash…” Ma dove lo trovo adesso un cazzo bancomat, qua in una stazione che c’ha a malapena due binari? E poi posso ritirare solo 250 euro a botta… “Eh, allora come facciamo?” “Eh, non lo so come facciamo.”