Nella mia vita, fino a quel momento, le pisciate per strada erano sempre andate bene. Sceglievo il posto giusto, calavo i jeans e mi piaceva l'atmosfera sospesa di quando ero lì, accovacciata in un frettoloso raccoglimento, ad ascoltare quel piccolo rumore di torrente e fissare nell'oscurità davanti a me.

Per proteggere quei momenti ho sempre preferito pisciare da sola che in compagnia. Si sa che una delle grandi passioni delle donne è andare al cesso insieme e, in mancanza di cesso, farla insieme, ridendo e passandosi i fazzoletti.

Non ho mai capito questa passione. A volte ho riso, ma da sola. E comunque mi è sempre andata bene, ogni volta mi sono tirata su i jeans proprio un secondo prima che passasse un gruppo di ragazzi ubriachi o un pullman carico di turisti.

La pisciata per strada di quel venerdì fu la prima ad andare male. Ero alla terza birra calda, non ero ubriaca. Il cesso chimico era nel mezzo dello spiazzo che noi tutti sovrastavamo, accalcati sulla struttura di cemento a fumare e bere birre che erano state messe in frigo ma non avevano avuto il tempo di raffreddarsi. Ognuno si aggrappava alla sua come alla promessa di sentirsi a proprio agio, prima o poi. Tutti trangugiavano con avidità.

La mostra era allestita all’interno di uno scheletro di cemento, una villetta rimasta incompiuta. Intorno si estendeva uno spazio di terra aspra e chiara, mentre ai lati era cresciuta una fitta boscaglia color kaki. In mezzo, proprio davanti alla casa, si ergeva nitida la sagoma azzurro carico del cesso chimico.

Tutti mi avrebbero visto andarci. Magari avrei avuto delle difficoltà ad aprire la porta. Magari sarebbe successo di peggio. Così attraversai il grumo di persone, lo spiazzo e sbucai in una stradina oscura, con file di macchine da una parte e dall'altra. Camminai un po' e mi sistemai nel punto più lontano dalle luci dei lampioni.

Poco dopo essermi rannicchiata vidi un’elegante macchina nera svoltare l'angolo e introdursi nella strada dove mi ero nascosta. Subito girai la testa dall'altra parte e rimasi ferma nell'attesa che passasse. Non volevo dare a quelli nella macchina la soddisfazione di vedermi tirare su i pantaloni rapida e imbarazzata. Tra l’altro quei jeans erano a vita alta e di una taglia in meno, quindi non sarei mai riuscita ad essere veloce. Perciò decisi di rimanere lì, algida e superba, con la testa voltata dall'altra parte, nell'attesa infinita dell’istante in cui la macchina sarebbe passata, superandomi. Ma la macchina non passò. Si fermò proprio dietro di me, con i fari puntati verso il mio corpo, e lì rimase, a motore acceso.

Io stavo immobile, tenendo la testa girata. Passarono tanti secondi. Poi, visto che la macchina sorprendentemente non si muoveva, e rimaneva lì, con i fari puntati verso di me e il motore acceso, nel mezzo della strada, proprio vicino a me, che di certo non intralciavo il passaggio, decisi che non potevo fare altro che tirare su i jeans e andarmene. Fui più veloce di quanto pensassi e mentre chiudevo la zip fin sopra all'ombelico ero già quasi vicino all'entrata. Dopo pochi passi sentii la macchina ripartire. Non mi voltai a guardare.

Due bicchieri di birra dopo - bevuti da sola, appoggiata al cancello dell’ingresso - decisi di entrare a guardare la mostra. Luigi Ontani, davanti a me, saliva le scale di cemento armato (“che sono già un'opera”, spiegava un ragazzo con barba, occhiali rotondi e capelli rossi alla fidanzata con vestito di cotone beige, a sacco). Ontani era vestito di bianco, i capelli grigi impeccabilmente legati in una crocchia. Ero emozionata e lo guardavo sorridendo, ma mi distraevo tenendo d'occhio anche la trasandata col vestito a sacco, così bella da sembrare l'attrice del film L'amante, quello tratto dal libro di Marguerite Duras. Perché stava con quel rosso di barba e capelli, che era brutto e alto la metà di lei? Mentre mi giravo per guardare la coppia, nel tentativo di analizzare la situazione, Ontani si fermò improvvisamente per far passare una ragazza bionda con casacca di seta leopardata, e io gli andai addosso, piantandogli una manata nella schiena. Ontani si girò a guardarmi, poi abbassò lo sguardo sulla mia maglietta rossa, sussultò come se riconoscesse qualcuno o qualcosa, e prima di voltarsi e continuare a salire ridacchiò di gusto e mi fece l’occhiolino.

Mi ricordai di una mattinata a Londra, nella stanza 287 C, Aisle House, Docklands Campus, passata a guardare tutte le sue opere e le sue interviste mangiando cibo indiano freddo di frigorifero. Poi era arrivato il tecnico a testare l'idoneità dei miei electronic devices al voltaggio della corrente della University of East London. Io avevo continuato a mangiare gli involtini, in piedi, e Ontani, nel video, continuava a parlare. Il tecnico, accucciato davanti alla presa della corrente, sembrava non far caso alla mia strana colazione, alle parole in italiano di Ontani e a me che, in piedi dietro di lui, continuavo a guardare il video nonostante non riuscissi più ad ascoltarlo, frastornata dal terrore di dover intraprendere una conversazione in inglese.

Vedere Ontani reale ed elegantissimo davanti a me mi riempiva di gioia. “C'è Luigi Ontani, hai visto?”, dissi poco dopo a un tizio con gli occhiali rotondi, un tatuaggio sul collo e una lunga barba. E lui, con sufficienza: “Ma sì, c'è sempre, a tutte le inaugurazioni, piccole o grandi. Lui non manca mai”. Chissà cosa pensava di noi Luigi Ontani. Perché andava a tutte le inaugurazioni? Avrei voluto chiedergli un parere sulle scale di cemento che erano già un’opera, ma non sono mai stata capace di approcciare chi stimo. In momenti simili, la paura mi paralizza.

Due giorni prima, ad esempio, all'HM di Via del Corso, avevo incontrato Elisabetta Rocchetti, l'attrice di L'imbalsamatore di Matteo Garrone. Cercava dei jeans a 19,90. L’avevo sentita aggredire il commesso: “Dove sono 'sti jeans a 19,90?”. Il commesso: “Sono su, al primo piano”. E lei: “Ah si? La tua collega m'ha fatto scendere. Metteteve d'accordo.” Poi aveva importunato un'altra commessa per chiederle un consiglio di taglia. “La più piccola!” aveva esclamato la commessa, fissando le sue gambe rinsecchite. Era proprio come nel film. Pallida, il naso molle, come fatto di creta fresca, gli occhi storti e bistrati, i capelli ondulati e scuri ai lati del viso. Giravo tremando per l'HM, pensando a come avvicinarla. Cosa potevo chiederle? Un autografo? Un selfie?

L'unico autografo che ho desiderato nella mia vita è quello di Minnie, quando avevo dodici anni. Ero a Disneyland Paris. Avevo cercato Minnie per tutta la settimana e non l'avevo mai trovata. Mi ero fatta fare un autografo da Pluto, di cui non me ne fregava un cazzo e che infatti avevo subito regalato a mio fratello. Mentre aspettavamo il pullman per l'aeroporto, ecco comparire Minnie. Io facevo finta di non vederla, paralizzata dalla paura. Mia madre mi segnalò la sua presenza. “L’ho vista, mamma, l’ho vista!”. I bambini si accalcavano attorno a Minnie ma io non riuscivo a muovermi. “Perché non vai da lei?” chiedeva mia madre con dolcezza. Non era forse una cosa che desideravo fare da tutta la settimana? Che poteva farmi Minnie di male? Io non sapevo rispondere. Alla fine ci andò lei, mia madre, e parlò a lungo con Minnie, la cui firma, bellissima, in corsivo, occupò una pagina intera, in orizzontale, del mio diario. Minnie, e sulla “i” il puntino era a forma di cuore.

“Non sono più una bambina impaurita”, mi ripetevo vagando a caso per l’HM di Via Del Corso. Avrei parlato con Elisabetta Rocchetti. Prima le avrei detto che era bellissima, poi che la sua interpretazione nel film di Garrone era stata indimenticabile. Mentre progettavo il mio approccio decisi di provare una minigonna nera della linea basic, prezzo 4,90 e una gonna blu con fiorellini bianchi, prezzo 14,90. Decisi che la gonna blu era troppo costosa e quella nera troppo corta. Ci misi un po' a convincermi. Quando uscii dal camerino c'era proprio lei, Elisabetta Rocchetti, che mi aggredì dicendo: “Hai finito sì?” “Sì!”, esclamai io con decisione, e scappai giù per le scale, correndo.

Dopo aver avvistato Luigi Ontani e averne parlato con il ragazzo tatuato con la lunga barba, mi trovai di fronte un ragazzo estremamente basso con occhiali rotondi e barba. La sua opera, mi raccontò, era una fontana (cioè un tubo che spruzzava acqua) costruita in un angolo del seminterrato del palazzo-cantiere. Ad un tratto il bassissimo andò via e al suo posto arrivò la sua fidanzata, che diceva che aveva un Project Space a Vienna e prima di andarsene mi incoraggiò ad andare a trovarla, un giorno: mi avrebbe ospitato a casa sua. Sembrava molto più vecchia del bassissimo, ma molto più bella, con occhi grigi circondati da piccole rughe e un trench beige.

Poi parlai con una che avrà avuto una sesta di seno e faceva la curatrice a Berlino. Il suo fidanzato, lì di fianco a lei, con occhiali tondi e una lunga barba, era un artista tedesco. Mentre la ascoltavo parlare di Berlino e e dell’imminente trasferimento della coppia a Los Angeles, mi sforzai di pensare che preferivo essere com'ero, e cioè pisciare davanti alla gente e fare un lavoro di merda e scrivere stronzate naïf, piuttosto che avere due pesantissime tette da portare in giro e un fidanzato con occhiali tondi e una lunga barba.

Poi il bassissimo e il tatuato si misero a parlare di Pynchon e del suo ultimo libro. “L'hai letto?” Si dicevano a vicenda. Lo chiesero anche a me. Pynchon, Pynchon. L'avevo soltanto sentito nominare. Non sapevo nulla del suo ultimo libro. Tentennai. “Si l'ho letto, ma non ...”. La mia indecisione li insospettì e continuarono a parlare tra loro. “È complesso, davvero difficile, ma vale la pena”, dicevano. Pynchon. Pynchon, Pynchon, sentivo ripetere a quei due mentre li fissavo senza più sentirli.

La conversazione con la curatrice si estinse nel momento in cui lei mi chiese di cosa mi occupavo e io dissi la verità. Così lei, con la scusa di cercare un'amica perduta, si allontanò con una certa fretta. Io attraversai di nuovo lo spiazzo, volevo raggiungere una specie di cabina nera con in cima una cupola trasparente che non avevo ancora visitato e chiudermi per qualche minuto lì dentro.

La cabina però era occupata. Lì vicino c'era un prato che man mano si faceva più selvaggio, trasformandosi, pochi metri avanti, in un'intricata boscaglia. Sentivo qualcosa di strano che mi chiamava e feci qualche passo sull'erba secca. Vicino ai primi arbusti, in un'area di un metro quadrato che rimaneva misteriosamente isolata dallo spiazzo e dalla costruzione di cemento traboccante di gente, pur trovandovisi in mezzo, l'aria emetteva dei suoni. Uno con la faccia sciupata, evidentemente l’artista, si mise a raccontarmi l'opera sonora con una voce un po’ insicura. L'unica cosa che compresi fu Keplero e qualcosa a proposito dei pianeti. Mi venne in mente la mia poesia preferita di Sylvia Plath, di cui ricordai solo l'inizio e nemmeno il titolo:

This is the light of the mind, cold and planetary

Quell’insieme di suoni, ascoltato in quello spiazzo di erba secca, mi sembrava potesse avvicinarsi a the music of the mind. Ma una bionda con cui avevo parlato poco prima iniziò a chiamarmi gridando, ricordandosi già il mio nome (io non avevo mai capito il suo) ed invitandomi calorosamente ad entrare nel cilindro nero. Lì dentro ci si sedeva, aggrediti da una luce bianca/nera di quelle che rallentano i gesti. “Fantastico, no?”, disse la bionda, che mi aveva aspettato fuori.

Ero venuta da sola, per vedere la mostra e conoscere qualcuno. Avevo visto la mostra e conosciuto qualcuno. Potevo andare. C'era solo un ostacolo: raggiungere la mia casa, dalla parte opposta della città. La bionda mi aveva detto che avrebbe preso un taxi insieme ad altre due e che se volevo potevo aggiungermi a loro. Da mezz'ora diceva che voleva andare a bere altrove, ma non si schiodava e continuava a parlare e a invitare la gente ad entrare nel cilindro nero, che avevo scoperto essere opera sua.

Per l'imbarazzo di non sapere cosa fare e con chi parlare, avevo fumato almeno diciannove sigarette. Selezionai nella rubrica il nome del mio fidanzato ma non lo chiamai. Volevo fingere di parlare con lui, simulare una telefonata, così avrei avuto la parvenza di essere qualcuno che sta facendo qualcosa e intanto avrei aspettato la bionda. Invece dissi solo “ciao” a voce troppo alta e poi non riuscii ad andare avanti. Tenni il cellulare vicino all'orecchio per alcuni minuti, come se stessi ascoltando. Poi lo ributtai nella borsa e andai a chiamare il taxi fuori sull'Aurelia Antica spoglia e tenebrosa.

Il taxi era una grande jeep con i sedili in pelle. Mi schiacciai addosso al finestrino, l’autista era silenzioso. Fuori, Roma scorreva, inafferrabile, con una bellezza così vasta e disarticolata da lasciarmi del tutto indifferente e quindi a disagio. I pini marittimi, illuminati dai lampioni, disegnavano curve oscure sull'ocra dei palazzi rudimentali e giganteschi della periferia. Le palme, altissime, ciondolavano nell'aria profumata. Le strade erano vuote. Il cielo era buio in un modo strano, aveva un'oscurità densa, come fatta di nebbie e nebulose, viola e rossastre.

Feci quello che faccio sempre quando torno a casa in autobus o in metro (in taxi non torno mai): un bilancio della giornata. Al lavoro era stato tutto come al solito, ma quella sera c'erano stati due segni:

- Segno n. 1: prima di andare all’inaugurazione. Affamata, entro in una pizzeria al trancio e dico al ragazzo marocchino che prendo una pizza bianca e una Ceres. Lui stappa la birra e inforna la pizza con un’aria sconfortata. 6 euro e 90, dice. Mi accorgo che, oltre alla carta prepagata, ho solo poche monete che non bastano per pagare. Le conto: 3 euro e 10 in tutto. Gli chiedo imbarazzata se posso pagare con la carta, lui risponde di no. Gli chiedo dove posso prelevare, lui dice: “là”, indicando con la mano e poi, svogliato, mentre io rimango in piedi con focaccia e birra, dice: “ormai … mangia”. Però io non riesco a sedermi, sono troppo agitata e quindi me ne vado. Il bancomat non è affatto “là”, ma molto dopo. Comunque è uno di quelli interni, ai quali si accede infilando la carta, e la mia non fa mai aprire la porta. Ne cerco un altro. Dopo mezz’ora lo trovo, ma non accetta la mia carta. Sono stanca. Mi sento sola. Vorrei piangere. Dove cazzo trovare un altro bancomat? Scendo le scale mobili verso la metro senza guardare indietro.

Al liceo rubavo abbastanza spesso. Una volta, avevo appena compiuto diciotto anni, mi beccarono e mi portarono in questura con la volante. Mi interrogarono, mi presero le impronte digitali e dissero che ero “indagata a piede libero”. Avevo rubato rossetti e mascara alla Upim per un valore di un centinaio di euro.

Da tempo non rubavo più, e quella sera non riportare i soldi al marocchino antipatico mi sembrava un gesto assurdo. Dovevo per forza restituirglieli. Non farlo gettava su tutto quello che stavo vivendo una luce amara e inquietante, verdastra.

- Segno n. 2: la pisciata.

Sul taxi mi tornò in mente quando, nel 2011, avevo promosso ai miei compagni di corso una performance che sarebbe dovuta consistere nell'andare alla Biennale di Venezia, il cui padiglione Italia sarebbe stato quell'anno organizzato da Sgarbi e, girando per le sale, pisciarsi addosso, come segnale di sgomento per la bruttezza delle opere scelte e per il modo con cui lui le aveva scelte e per il fatto che la cura del padiglione fosse stata a lui assegnata. Un gesto di protesta insomma.

“Dovremo bere molta birra”, dicevo e, già ubriaca, sorpresa dalle prime serate di primavera, invitavo i miei amici ad immaginare la scena. La macchia sui pantaloni che si espandeva, il liquido che lentamente gocciolava sul pavimento, le orme che avremmo lasciato. Se ne sarebbero accorti durante o dopo? Ci avrebbero intimato di andarcene o avrebbero fatto finta di niente? Forse avrebbero chiamato la polizia. Sempre ubriachi, cospiravamo: “Ma noi alla polizia diciamo che non abbiamo fatto apposta, che urinare è un atto fisiologico irrefrenabile, che tra di noi non ci conosciamo nemmeno. Abbiamo percepito una sensazione di paura per il futuro dell'arte e non abbiamo potuto fare nulla per trattenerci.”

Non raccolsi molte adesioni, del resto non conoscevo nessuno, ma tre amici fidati, forse due, si dissero pronti ad accompagnarmi. Quando la Biennale iniziò ad essere visitabile inventai, come scusa per non farlo, che non volevo pagare il biglietto del treno e tanto meno quello d'ingresso, che quella merda non meritava né attenzione né soldi e tantomeno una performance.

Erano passati diversi anni dall’idea della pisciata contro Sgarbi. Non ero più un’ingenua studentessa dai facili entusiasmi. Adesso, ero soltanto una hostess. Eppure sapevo ancora arrabbiarmi. Questa volta, però, era diverso, perché il mio disagio viaggiava in senso opposto: mi sentivo inadeguata, strana, irrimediabilmente esclusa, ormai fuori dai giochi. In più per la stupida fretta di arrivare in tempo avevo derubato l'antipatico di Pizza al taglio. E stavo per spendere una vergognosa quantità di soldi in taxi. Avevo pisciato davanti alla macchina nera, però, sulla quale, molto probabilmente, viaggiava Luigi Ontani. Protetta dalla maestosità della jeep con i sedili in pelle, ero infelice ma piena di speranza e mi sembrava di intuire, in profondità, che tutto quello che era successo aveva una morale, una conclusione. Era un'equazione che era mio compito risolvere. Ma forse era un'equazione indeterminata o impossibile.

E proprio mentre mi scervellavo per semplificare, dividere e ottenere un risultato, arrivarono altri due segni, a rendere i miei calcoli ancora più intricati. Due canzoni, entrambe importanti per me, una dopo l'altra, che fecero da sottofondo al mio viaggio.

- Tiromancino, Due destini: a casa, da sola, a tredici anni, l’ascoltavo in loop, dipingendo con i colori a olio paesaggi desolati che sembravano scenografie di Beckett. Il mio libro preferito, in effetti, a quei tempi, era Waiting for Godot. Perché ero così triste? Mi sforzo di ricordare, ma non riesco. Cosa facevano Luigi Ontani, il bassissimo, il tatuato, la grassa e la bionda a tredici anni?

- Alicia Keys, No one: l'ascoltavo sul treno, mentre andavo a trovare il mio fidanzato di allora, in prigione per rapina a mano armata. Era la prima volta che andavo da lui e - ancora non lo potevo sapere - sarebbe rimasta l'unica. Sul treno vuoto piangevo mentre la voce di Alicia Keys mi trapanava le orecchie. Avevo vent'anni. Cosa facevano Luigi Ontani, il bassissimo, il tatuato, la grassa e la bionda a vent'anni?

Mi venne in mente, come fuga dal tentativo di risolvere l'equazione, un'opera di Alberto Garutti: Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora. Una frase incisa sul pavimento dell’aeroporto Milano Malpensa. Ricordarla in quel momento significò per me che per quanto il risultato fosse scivoloso e inquietante io adesso ero su quel taxi con sedili in pelle e questa era l’unica cosa che volevo e potevo sapere di me e della vita.

Dopo il lavoro, il giorno seguente, prelevai e andai a Termini a piedi. Entrai da Pizza al taglio e vidi dietro al bancone un uomo alto, italiano, con i capelli bianchi. Dalla cucina sbucò il ragazzo antipatico. Da come mi guardò sembrava non si ricordasse affatto di me. Credevo avesse passato la serata ad aspettare che tornassi. Credevo avesse interpretato la mia scenetta come un piano per cenare gratis a sue spese e credevo che quel mio gesto potesse essere stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, l'aneddoto da raccontare quando spiegava perché aveva perso la poca fiducia che gli era rimasta nei confronti della gente.

Credevo avesse pensato: “Tutto è scomodo, sporco, unto e difficile, sono stanco e le donne non mi guardano, mia moglie è più stanca di me e poi è incinta, e questa qui con un rossetto quasi nero che la rende spaventosa prima ancora che brutta, mette in scena questa dinamica ridicola per rubarmi 6 euro e 90. Ma che senso ha? La situazione sembra destinata a peggiorare o al massimo a mantenersi così com'è. Come potrà mai la mia vita migliorare?”

Invece no, mi guardò smarrito. Forse aveva paura che il capo lo sgridasse perché aveva permesso che succedesse una cosa simile e allora faceva finta di non ricordarsi. Ma ormai ero lì, con i soldi in mano, e dopo un primo momento di panico, in cui rimasi paralizzata a fissarlo, lanciai sul bancone una banconota da 10 euro e scappai fuori correndo.

     

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