Sono a Mosca. Non riesco ad attraversare la Mokhovaya Street perché non ci sono strisce pedonali e i russi corrono come maledetti. Mi è già capitato che, su queste strade a scorrimento veloce, devo continuare a camminare prima di trovare un semaforo per pedoni o un sottopassaggio e poi tornare indietro al punto dove Google Map mi diceva invece di attraversare. Scendo nella stazione della metropolitana di Borovitskaya e, tac, esco in superficie sull’altro lato della strada. È domenica e sono diretto al Museo Pushkin. Mi piacciono i quadri di Gauguin. Ce ne sono tanti, anche di quelli famosi. Sono piccoli ma sono colorati. Mi mettono di buon umore, pure appesi in quella stanza che mi sembra di essere dentro all’oratorio. In un’altra stanza ci sono i quadri dei pittori italiani. C’è un quadro di Renato Guttuso che s’intitola La domenica di un operaio calabrese a Roma. Raffigura un uomo con una faccia scocciata, seduto a fumare sul davanzale di una finestra. Su un tavolo davanti a lui c’è un giradischi che suona. Fuori, palazzi accatastati uno sull’altro. È un quadro meno bello di quelli di Gauguin, però mi rimane impresso. Penso: come ci è finito un poveraccio del Sud Italia a Mosca? Mio padre è venuto in vacanza a Mosca a diciannove anni. Una foto di lui impalato in mezzo alla Piazza Rossa piena di neve è appesa a casa, tra altre foto di famiglia. Io sono venuto a Mosca a venticinque anni. È estate e ci sono pure trenta gradi. Sono anch’io in vacanza. L’anno scorso l’aereo per Mosca costava troppo e allora sono andato da un’altra parte; ma quest’anno mi sono organizzato prima. La Russia mi ha sempre appassionato. A una fiera di paese, da bambino, mi ero fatto fare una di quelle pergamene che ti raccontano la storia del tuo cognome. Il mio, dicevano, ha origini russe. Un po’ ci credo, perché un po’ russo mi ci sento, e pure mi ci vedo. Diciamo quindi che sono venuto a visitare “l’altra” mia terra… Faccio l’agricoltore da circa un anno. Mio nonno è morto l’anno scorso. Era malato, ma nessuno avrebbe mai detto che la malattia se lo sarebbe portato via così repentinamente. Mi ha lasciato un Rolex d’oro e svariati ettari di terra: vigneti, oliveti, frutteti. Non mi appartengono ancora, e forse non mi apparterranno mai – la nostra è una famiglia numerosa – ma mi sono fatto avanti per prendermene cura. Negli ultimi anni in cui nonno viveva avevo cominciato a seguirlo in campagna. Ho imparato la posizione esatta dei singoli appezzamenti, a quale cancello o porta corrispondesse ogni singola chiave, i nomi dei contadini a servizio e così via – tutte informazioni che mio padre e i suoi fratelli in tanti casi ignoravano. Ho imparato a utilizzare gli attrezzi agricoli, i fertilizzanti chimici, a seminare e a raccogliere; a destreggiarmi nella burocrazia necessaria a condurre l’azienda agricola; a tenere il ritmo della campagna. Ho pure imparato a dare ordini. Mio nonno non credo avesse in programma di ‘abdicare’, né io ero pronto a sobbarcarmi tutto quel macello. Poi è successo quello che è successo. Il mio migliore amico lavora in un bar che fa pure la carne alla griglia. Vado a cena, da solo, che tanto c’è lui: una bruschetta, una bistecca, un quarto di vino rosso allungato con la gazzosa e tre bicchieri di amaro – due passati sottobanco. Il bar è di un ragazzo che faceva il pubblicitario a Milano – o così dicono – e se n’è tornato a gestire l’attività di famiglia. Anch’io avevo cominciato a studiare economia alla Statale. Il primo anno ho dato un solo esame. Il secondo ho pagato le tasse universitarie ma stavo più tempo giù che su. Aiutavo i miei genitori, aiutavo mio nonno in campagna. Il terzo anno non ho pagato le tasse e ho deciso che con l’università e Milano avevo chiuso. Abbiamo comprato un appartamento a mio fratello, un buco in una casa di ringhiera, e a Milano adesso ci vado due volte all’anno, per i saldi. Quando mi sono ritrasferito a casa avrei voluto che la mia “uscita di scena” suonasse come ne La grande bellezza, avrei voluto dire anch’io a uno qualunque di quei milanesi da bere: “Vado via. Torno al paese. Milano mi ha molto deluso…” La verità è che mi sembrano tutti froci quelli che abitano là – mio fratello compreso. Il bar è su una strada provinciale. Quando lo gestiva il padre del pubblicitario ci venivano a mangiare e bere prevalentemente gli impiegati e gli operai di una cantina sociale che sta di fronte. Adesso ci vengono tutti: le famiglie, i ragazzi giovani, i ricchi e i poveri. Il pubblicitario ha risistemato tutto il bar, sembra una cartolina adesso, con le tovaglie di carta a scacchi e i bicchieri e i piatti da trattoria. Sotto il nome sulla vetrata ha scritto “Bar con piccola cucina”, una frociata tipo quelle ‘brasserie’, ‘drogherie’, ‘latterie’ che ci sono a Milano, appunto. Sta aperto solo l’estate. E infatti si vede che guadagna un botto. Lui è simpatico e mi tratta sempre bene. Ma con i dipendenti è uno stronzo. Dà al mio amico quaranta euro per più di otto ore di lavoro, dalle cinque del pomeriggio all’una di notte passata. Pago e lascio i cinque euro di resto; gli chiedo di darli al mio amico, ma lo stronzo mi ricorda che le mance si dividono equamente tra tutti i camerieri. Mio fratello mi chiede di portare lui e il suo amico a vedere le “proprietà”, come chiama lui i terreni… L’amico è frocio, sicuro. È americano, e da quando è arrivato, a ogni cosa che vede – una casa di campagna, una casa di paese, un piatto di pasta, un piatto di verdura – dice sempre: “This is very Elena Ferrante!” Chi cazzo è questa Elena Ferrante non lo so, ma non chiedo, che questa è gente che ha studiato ad Harvard e non sia mai che comincia con lo spiegone… Abbiamo un terreno tra la strada statale e la costa, vicino alla zona industriale. È la proprietà preferita di mio fratello, perché nonno lo portava sempre da bambino a vedere i pavoni che teneva lì. Quando sono nato io, di pavoni, ne era rimasto vivo uno solo. Nonno l’ha ucciso, l’ha fatto impagliare e ce l’ha regalato. (Nostra madre lo tiene in garage, perché dice che è una cosa kitsch.) Effettivamente la casa in mezzo al terreno è bella. È a due piani, con una scala sulla facciata che porta al primo piano. Mio fratello sale su, dalle finestre delle stanze si vede il mare. Dice che dovremmo farci un bed & breakfast, quattro stanze sopra, quattro da ricavare nelle stalle dei pavoni. Al centro, dove c’era l’orto, una piscina. Compri le mountain-bike così gli ospiti vanno in spiaggia in bicicletta, dice – sai che spasso… Uno ti da centocinquanta euro al giorno per andare a mangiare la polvere delle strade di campagna. E pur volendo, chi ce li dà a noi i soldi per fare il bed & breakfast? La regione? Dietro la casa ci sono le vigne. Quest’anno i grappoli d’uva sono rachitici e i cinghiali continuano a mangiarsene interi filari. Un amico mi dice che l’anno scorso ha fatto ricorso alla regione tramite l’avvocato e gli hanno ridato cinquecento euro a ettaro. I cinghiali sono una disgrazia. Sbucano all’improvviso sulla strada, di notte, la madre che farà trecento chili e dietro dieci, quindici figli. Se ne investi uno, devi buttare la macchina. E se non lo fai secco, l’assicurazione non ti ripaga neanche perché devi portargli il “corpo del reato”. Ci scommetto che sono stati loro a far crollare del tutto il pozzo davanti alla casa. Era bello pericolante, ma adesso è una voragine buia. L’amico frocio per un pelo non ci finisce dentro. Mia madre mi dice: “Pare che è un supplizio per te andare in campagna…” È diventato un ritornello. Da quando l’ha pronunciata mio fratello, usa sempre quella parola: supplizio, manco l’avesse imparata quella volta… Io ero su, avevamo appena finito di pranzare. L’ho sentito quanto ha detto: “Ma perché è sempre incazzato quando deve andare in campagna? Pare che è un supplizio per lui…” E poi, la sentenza: “Tutti ci siamo scelti cosa fare, che se lo scegliesse pure lui.” Col cazzo che tutti ci siamo scelti cosa fare! Lui se l’è scelto, ma noi… Mio padre fa il lavoro di sua madre, mia madre fa il lavoro di mio padre e io faccio il lavoro del padre di mio padre. Però vedi che non doveva andare così. Ai giorni nostri uno si sceglie cosa fare, ma io nel ventaglio delle scelte mi ci sono perso. Di fronte al buffet ho avuto un attacco di panico. Volevo tutto, e lo volevo subito; ma da dove cominciare? Da destra, da sinistra, dal centro? Dopo trent’anni devi togliere la vigna e ripiantarne una nuova. Quando è arrivato anche per noi il momento di mettersi giù e spaccarsi la schiena per estirpare le radici, io non me la sono sentita di sottrarmi di fronte a tutta quella fatica. Infatti, potrei dire che io non ho scelto, ho deciso di fare l’agricoltore. Adesso la questione non è se il mio lavoro mi piace o no… È lavoro e va fatto. Se mi va di farlo, bene, se non mi va, amen, devo farlo lo stesso. È per questo che sono sempre incazzato, perché ovviamente non mi va.