Ho lasciato definitivamente St. Louis, Missouri, una settimana fa. Ho vissuto lì per due anni, per molti versi accusandone i problemi e le significative mancanze, e mi sto ancora riprendendo da quella esperienza. Ciò nonostante, considerati gli intenti di questo racconto, ho scelto di parlare del One Nite Stand, un bar con karaoke di cui sono divenuto cliente abituale durante il mio breve periodo nel cuore d'America. Per favore, non prendete ciò che dico come un tentativo di redimere la mia esperienza lì, poiché non desidero immortalare il One Nite Stand come un luogo troppo positivo. È un bar a cui qualsiasi ufficio comunale darebbe la licenza per vendere alcolici con rammarico. Come se non bastasse, la grande quantità di guidatori ubriachi che escono dalle sue porte ogni fine settimana dovrebbe portare il sindaco a mettere il coprifuoco sul circondario, per evitare l’immanente catastrofe. Durante tutto il tempo trascorso a St. Louis e ancora adesso, il One Nite Stand ha ugualmente rappresentato un simbolo di desolazione, segregazione e disperazione, così come di riconciliazione, comprensione, empatia e democrazia. La prima volta al One Nite Stand è stata significativa poiché l'ha da subito reso il mio bar preferito a St. Louis. Per raccontare del One Nite Stand, descriverò in questa sede una parte del mio vissuto. Nel mezzo della maggior parte delle notti passate in un bar, c'è un momento, al culmine della curva di Bell dell'ubriachezza, in cui tanto la sciatteria fisica ed emotiva, quanto quella della postura, oltre alle difficoltà percettive, divengono inevitabili, sebbene sul momento i sintomi emergano tramite un ego spacciato come sicurezza personale e tramite il completo dissolversi delle inibizioni. Stavo seduto solo a un tavolo, mi godevo l'esibizione di qualcuno. Una sessantenne è venuta giù dalla pista da ballo e mi si è piantata sulle ginocchia. Mi ha detto: “Come va, dolcezza?”. E, dopo che ho tentato di mostrare il mio disagio per la situazione, mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Cosa ti spaventa tanto, dolcezza?”. Un'istantanea più dettagliata della situazione era questa: stava seduta sul mio telefono e io potevo sentirlo piegarsi e flettersi; il disagio generico di avere un'anziana estranea seduta in braccio era portato all'eccesso dal fatto che, diciamo, non avevo la possibilità di aggiustare la mia postura in modo da sopportarne la stazza; le sue braccia erano aggrappate mollemente al mio collo; e il suo fidanzato o marito, che stava a meno di un metro da noi, mi fissava da sopra la spalla di lei. Non saprei dire se fu nonostante o per via di quelle circostanze, ma le sue domande fecero subito scattare in me una crisi identitaria, un'autovalutazione metafisica e spirituale che mi tirò fuori un: “Non lo so”. E lei: “So che potresti non voler avere niente a che fare con una vecchia signora nera come me, tesoro, ma ti ho visto e ho capito che eri speciale. Che volevo farti sentire speciale. Nel senso, ciò che voglio è semplicemente pranzare con te. Per conoscerti. C'è qualcosa in te. Potresti non voler stare a sentire una donna nera come me, ma tu sei speciale e voglio semplicemente che tu lo sappia. Dobbiamo solo pranzare insieme e parlare e te lo dimostrerò”. Poi mi ha abbracciato intensamente. È assai probabile che ci fosse un qualche tipo di allusione ma ero troppo concentrato per rendermene conto. Eravamo entrambi davvero ubriachi, ma c’eravamo incontrati in stati mentali differenti, e probabilmente avevamo obiettivi diversi nella nostra conversazione. Ma questa è la politica, le decisioni che prendiamo sono quelle che ci avvicinano o ci allontano dalle altre persone, che poi è ciò che provoca la più grande frizione nelle nostre vite. Non ci siamo mai scambiati i numeri e l'ultima cosa che mi ricordo di lei quella notte è una discussione con il suo fidanzato/marito mentre uscivano fuori dal locale.