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In 1672 a French engraver, Jollain, presents to the world a bird's-eye view of New Amsterdam. The map1 is completely false. Yet, it is a depiction – perhaps accidental – of the project of Manhattan: an urban science fiction. At the center of the image appears a distinctly European walled city. Only the large number of facilities for the treatment and storage of animal skins in the city testifies to its location in the new world. The island's landscape ranges from the flat to the mountainous, from the wild to the placid; the climate seems to alternate between Mediterranean summers (outside the walls is a sugarcane field) and severe (pelt-producing) winters. An utopian Europe, the product of compression and density. Already, adds the engraver, “the city is famous for its enormous number of inhabitants…”. The city is a catalog of models and precedents: all the desirable elements that exist scattered through the Old World are finally assembled in a single place, staged as a theater of progress.

When I moved into a former tenement building in Lower Manhattan in 2013 and the cold weather began to settle in, I slept poorly due to the desert-like conditions the radiator would produce in my room. The building super recommended that I cover the radiator with a towel and put a bowl of water on top. I sleep better now, but the poultry warehouse at the bottom of my building often wakes me up early in the morning with the sound of chains dragging across metal, a forklift in reverse, and yelling men. I turn my box fan on every night throughout the year to drown out these sounds. Up high on the 5th floor, I don’t notice the smell of decay from the poultry warehouse, which caused New York Magazine to call my block “the smelliest block in New York”.

This past fall a New Building Project Manager from the Whitney Museum asked me to make a training video2 for the team that would set up their flood mitigation system in the event of extreme weather. Designed in Germany, it’s a 15 ft tall aluminum wall that can be set up in a few hours, extending the full length of the museum on Gansevoort St and as far north as the loading dock on 10th Avenue. Standing in the rain on the day of the shoot, I asked the Manager if projections of disasters in films like Roland Emmerich’s The Day After Tomorrow were being considered, and if she believed the tranquil scenes of Steven Spielberg’s A.I., in which New York is a half-submerged city of ruins, was inevitable. “Tsunami’s aside”, she said, “this will buy us a lot of time”. Meanwhile, the Department of City Planning tirelessly promotes and actualizes waterfront development.

After the shoot I told my parents about the job on the phone, because discussing my economic activity puts them at peace. Per usual, we had a conversation about our respective weather for several minutes and Dad joked that he was glad they sent up some rain to rehearse the flood in. What is utterly banal for them produces a persistent daily anxiety in me, particularly when I’m in a dense city like New York. Their formative years occurred before humans became acutely aware of their ecological impact on Earth.

Nel 1672 un incisore francese, Jollain, presenta al mondo un prospetto a volo d'uccello della Nuova Amsterdam. La mappa1 è completamente falsa. É una raffigurazione – forse accidentale – del progetto Manhattan: fantascienza urbana. Al centro dell'immagine appare una città murata indubbiamente europea. Solo il grande numero di centri per il trattamento e immagazzinamento di pelli animali testimonia che la sua ubicazione è nel nuovo mondo. Il paesaggio dell'isola varia dal pianeggiante al montuoso, dal selvaggio al residenziale; il clima sembra alternarsi tra estati mediterranee (al di fuori delle mura vi è una coltivazione di canna da zucchero) e inverni rigidi (da cui la produzione di pelli). Un'Europa utopica, il prodotto di compressione e densità.  L'incisore aggiunge anche “la città è famosa per il suo numero enorme di abitanti…”. È un catalogo di prototipi e precedenti: tutti gli elementi desiderabili che esistono sparpagliati nel Vecchio Mondo sono finalmente uniti in un unico posto, allestiti come un teatro del progresso.


Quando nel 2013 traslocai in un ex palazzo popolare di Lower Manhattan e il freddo cominciava a farsi sentire, dormivo poco a causa delle condizioni simil-desertiche che il radiatore produceva nella mia stanza. L’amministratore del palazzo mi suggerì di coprire il radiatore con un asciugamano e di porvi sopra una ciotola d’acqua. Dormo meglio ora, ma il magazzino di pollame ai piani bassi del palazzo spesso mi sveglia presto la mattina, con il rumore del trascinamento delle catene metalliche – il carrello elevatore che fa la retro – e uomini che urlano. Accendo il mio ventilatore ogni notte, tutto l’anno, in modo tale da coprire questi rumori. Su in cima al quinto piano, non mi accorgo dell’odore di decomposizione dal magazzino di pollame, che ha portato il New York Magazine a definire il mio quartiere come “il più maleodorante isolato di New York”.

Lo scorso autunno il nuovo Building Project Manager del Whitney Musuem mi chiese di girare un video2 per l’addestramento della squadra che avrebbe costruito il sistema di prevenzione e riduzione del rischio alluvione, in caso di cattivo tempo. Progettato in Germania, si tratta di un muro in alluminio alto 15 piedi che può essere montato in poche ore, estendendo l’intera lunghezza del museo su Gansevoort St fino alla zona di carico della 10th Avenue. In piedi, sotto la pioggia, durante la giornata delle riprese, chiesi alla Manager se la previsione di disastri come quelli dei  film come L’alba del giorno dopo di Roland Emmerich fosse mai stata presa in considerazione, e se credeva che le scene tranquille del film A.I. di Steven Spielberg, in cui New York è una città in rovina e mezza sommersa, fossero inevitabili. “Tsunami a parte” disse, “questo ci farà guadagnare molto tempo”.
Nel mentre, il Dipartimento di Pianificazione Urbana continua a promuovere e concretizzare senza sosta la riqualificazione e lo sviluppo del lungomare.

Dopo le riprese chiamai i miei genitori al telefono e gli raccontai del mio nuovo lavoro, poiché parlare delle mie attività economiche li rasserena. Come al solito conversammo sulle rispettive situazioni meteorologiche per alcuni minuti e papà scherzò sul fatto di essere contento che avessero mandato su un po’ di pioggia per fare delle prove di inondazione. 

Ciò che è assolutamente banale per loro, produce in me una persistente ansia quotidiana, soprattutto quando mi trovo in una città densa come New York. La loro comprensione del mondo si è formata prima che l’umanità diventasse altamente consapevole del suo impatto ecologico sulla Terra.

I-01

I-01

In the summer of 2014, Nicole Russo and I started planning a show at her gallery Chapter NY together. The gallery is a single room. It has a recessed doorway that is also a window, and an air conditioner pierces the glass above the door. The gallery faces south and receives direct sunlight, so the shade in the window is always drawn. A temperamental radiator sits on the floor. Steam from the city’s underground steam system emerges from the street out front.

Perhaps as a way to manage anxiety over the complexity of urban systems, I tend to think of rooms, buildings, and cities as objects and lift them into the air or place them in a body of water to consider them in isolation. Then I start to connect them to the necessary infrastructure and surrounding objects step by step: I attach the earth’s atmosphere, the sun, the electrical grid, the water supply system, and so on, building towards a complexity that could never be processed. If artwork were to perform this attachment exercise through its presence, it would have the power to change the atmospheric conditions of the object/room it is displayed in and create a less stable understanding of “the room”, pushing beyond the limits of what is typically defined as “the gallery”. As if one were standing in a dissipating cloud of steam, trying to demarcate it as an object/room.

Nell'estate del 2014, Nicole Russo e io cominciammo a preparare una mostra presso la sua galleria Chapter NY. La galleria è composta da una sola stanza. Ha un'entrata a forma di nicchia che é anche una finestra, ed ha il condizionatore che perfora il vetro sopra la porta. La galleria si affaccia a sud e ha una esposizione diretta al sole, quindi il tendone sulla finestra é sempre tirato. Un radiatore dall’aspetto inaffidabile è installato a pavimento. Vapore proveniente dal sistemai tubature sotterraneo, emerge dalla strada di fronte.

Probabilmente – come metodo per controllare l’ansia datami dalla complessità dei sistemi urbani – tendo a pensare alle stanze, ai palazzi, alle città come oggetti, li porto in alto o li posiziono in acqua, così da poterli considerare come isolati. Successivamente, passo dopo passo, comincio a collegarli alle loro necessarie infrastrutture e poi agli oggetti intorno. Collego l'atmosfera della terra, il sole, la rete elettrica, il sistema idraulico e così via, costruendo una complessità che non potrà mai essere capita per intero. Se l'opera d'arte riuscisse a mettere in atto questo esercizio di collegamento attraverso la sua presenza, avrebbe il potere di cambiare le condizioni atmosferiche dell'oggetto/stanza in cui è presentata e di creare una comprensione meno rigida della “stanza”, spingendosi oltre i limiti di ciò che é tipicamente definito come “galleria”. Come se qualcuno fosse in piedi in una nuvola di vapore che si dissolve, e stesse cercando di definirla appunto come un oggetto/stanza.

The show is in the city, the show is the city, the city is the show, the city is in your face. No top, bottom, or middle. No neutral background. No representations of global processes – just a bunch of objects emanating space and time, creating drama. A city is an expression of evolution and human settlement, yes; but so is this sentence, and we ought to be able to distinguish between cities and sentences.

Recently I woke up in the middle of the night to the sound of a mosquito flying near my ear – one of those winter mosquitos born out of a warm pool of water somewhere indoors. I turned on the lights and spent almost ten minutes trying to kill it. I looked at its dead body on my palm and remembered recent work of mine in which Chow Chows presented an argument against human exceptionalism. I’m realizing that empathy with nonhuman organisms is largely dependent on scale, form, and charisma – aesthetics. However, I believe that just enough empathy can be accessed if you set a goal for the life (or remains) of another organism and maintain the responsibility. In the smaller object/room/city, I provide flower food and give them my blood through a lambskin condom so multiple generations of GMO mosquitoes can harvest their young. Over the course of the exhibition, they will spawn, live, and die, harvesting the medium of my genetic code in order to instinctively pass on genes of their own. They will watch a projection of Mark Rydell’s film On Golden Pond many times over, where the elderly ghosts of Henry Fonda and Katherine Hepburn would just be an abstract stimulation to them. The entire city is a hospital – a site for birth and death. It’s a projection of both a past and future New York – the return of the swamp.

Scale, form, and charisma. Despite the size, it’s hard to feel for a cow when only its dried and stretched skin remains3. Yet the scars of its multiple brandings point to a history of subjugation, occupying both meanings of the word history – events and recording.  They present an algebra of ownership, and though the cow might facetiously say “I am more than a number – I am several”, the inscription in flesh causes empathy through a relationship to my own.

I tell a joke sometimes that goes like so:

I'm in the process of constructing a time machine, so my lover and I can go back a few hundred million years to when all the continents were united as one landmass – Pangaea.  And I'd fasten all the continents together with a system of high tension cables and earth penetrating stakes, rendering continental drift completely impossible. So when we returned to the present day, everyone would be dead for one reason or another, and it would just be me and my lover, free to roam our ultra-continent and reproduce the human.

The radiator cover was cut and sewed into Pangea shapes and arrangements, but with Europe absent. I like to think that a future Pangaea, a fantasy come full sphere, would be a suitable fantasy for nonhumans as well – perhaps even without humans. If the future brings a cognitive cow, she would have an ambivalent relationship with Europe. Her highly instrumentalized existence emerged there and, like our own, is determined by a one-size-fits-all window of time, a window opened around 10,000 BC by some humans’ attempts to master anxieties about where their next meal was coming from. The logistics has to do with a certain mode of agriculture. Pangaea was pre-agriculture and pre-Europe. Its return may be post-agriculture and post-Europe.

La mostra è nella città, la mostra è la città, la città è la mostra, la città ti si sbatte in faccia. Non c'è sopra, né sotto, né in mezzo. Nessuno sfondo neutrale. Nessuna rappresentazione di processi globali. Solo un mucchio di oggetti che emanano spazio e tempo, drammatizzando la situazione. Una città é l'espressione dell’evoluzione e dell’insediamento umano sì, ma lo è anche questa frase, e dobbiamo essere in grado di distinguere le città dalle frasi.

Recentemente mi è capitato di svegliarmi nel cuore della notte per il rumore di una zanzara che ronzava vicino al mio orecchio – una di quelle zanzare invernali nate da una pozza di acqua calda che si trova da qualche parte al chiuso. Ho acceso le luci, ed ho impegato quasi dieci minuti per ucciderla. Ho guardato il suo corpo morto nel palmo della mia mano ed ho ricordato un mio lavoro recente in cui dei Chow Chow facevano un discorso contro “l'eccezionalismo” dell'uomo. Mi sto accorgendo che l'empatia con organismi non umani dipende principalmente dalla loro scala, forma e carisma – ovvero dalla loro estetica. Tuttavia, credo che si possa accedere alla minima empatia indispensabile se stabilisci un obiettivo per la vita di un altro organismo (o i suoi resti) e ne sei responsabile. Nel più piccolo oggetto/stanza/città, fornisco cibo per i fiori e dono il mio sangue attraverso un preservativo fatto di pelle di agnello, cosicché numerose generazioni di zanzare OGM possano crescere i loro piccoli. Durante la durata della mostra, verranno messe al mondo, vivranno e moriranno, raccogliendo la materia del mio codice genetico per inconsapevolmente trasmetterlo nei propri caratteri. Guarderanno ripetutamente la proiezione del film di Marck Rydell Sul lago dorato, dove i vecchi fantasmi di Henry Fonda e Katherine Hepburn saranno solo una stimolazione astratta. L'intera città è un ospedale – un luogo per la nascita e la morte. Una proiezione di una New York sia passata che futura – il ritorno alla palude.

Scala, forma e carisma. Nonostante la misura, è difficile per una mucca3 avere la percezione del tatto, quando le rimane solo la sua pelle secca e tirata. Tuttavia le cicatrici delle sue numerose marchiature indicano una storia di soggiogamento, impossessandosi di entrambi i significati della parola storia – eventi e registrazioni. Presentano un'algebra della proprietà, e sebbene la mucca potrebbe dire in maniera scherzosa “sono più di un numero – sono molti”, le marchiature sulla pelle creano empatia perché ha una relazione con la mia stessa pelle.

A volte racconto una storiella che fa così:

Sto costruendo una macchina del tempo, cosicché la mia amante e io possiamo viaggiare nel tempo ad alcune centinaia di milioni di anni fa, quando i continenti erano uniti in un'unico continente – Pangea. Avrei tosto allacciato tutti continenti insieme attraverso un sistema di cavi ad alta tensione e pali che penetrano la terra, rendendo la deriva dei continenti assolutamente impossibile. Cosicché quando fossimo tornati al presente, tutti sarebbero stati morti per una ragione o un'altra e ci saremmo stati solo io e la mia amante, liberi di vagabondare nel nostro ultra-continente e riprodurre la specie umana.

Il copri radiatore è stato tagliato e cucito a forma di Pangea, ma senza Europa. Mi piace pensare che una Pangea futura, una fantasia primigenia, sarebbe una fantasia adatta anche per non-umani – forse addirittura priva di umani. Se il futuro portasse con sé una mucca pensante, avrebbe una relazione ambivalente con l'Europa. La sua esistenza altamente strumentalizzata emerse proprio lì e, come la nostra, è determinata da una finestra di tempo a misura unica, una finestra aperta circa nel 10,000 A.C. da alcuni tentativi umani di controllare l'ansia di sapere da dove sarebbe arrivato il loro prossimo pasto. La logistica ha a che fare con un certo tipo di agricoltura. Pangea era pre-agricoltura e pre-Europa. Il suo ritorno potrebbe essere post-agricoltura e post-Europa.

In June of 2014 the summer issue of cura. magazine was released. I made the cover4 as if it were a flat, stretched body being prepared for a magazine – tattooed, air brushed, tanned (with tan decals), lips made glossier, and skin pierced by Robin William’s face. Throughout the following month I posted images of Robin’s face online. I tend to obsess over faces that have certain formal characteristics and project an excessive and somewhat absurd charisma. Before Robin it was Chow Chows, now it’s Baby Sinclair from the Dinosaurs TV series. On August 11, Robin committed suicide.

I bought a resin cast of Robin’s head5 from a Hollywood prop studio that was made when he was alive. Face casts seem to anticipate a person’s death – they not only require the person to “play dead” during the making of the mold, they also outlive the person and turn their form into a replicable commemoration. I 3D scanned my cast, and worked with a 3D modeller to open its eyes and make it smile like the image I used on the magazine cover.

Every event in reality is a kind of inscription in which one object leaves its imprint in another one. The interobjective reality is just the sum total of all these imprints, crisscrossing everywhere, nonlocal and temporally molten. The Robin Williams’ mold is seen by the fabricator in Hollywood as a head shaped hole in plaster made two decades prior. The resin cast arrives at my studio two weeks later, is 3D scanned, downloaded by a 3D modeller in Indonesia, downloaded and powder printed (twice) in Queens, New York, and then displayed in Chicago and Manhattan simultaneously. There is some sensuous connection, then, between Robin, the manufacturers, the objects, and myself, despite their differing timescales.

With the hollow face print in my hands, I am ecstatic. Then, left with the feeling that something was always absent. Like any object itself, Robin himself was never an adequate expression of his actual existence. In person, he sparkled with the same mysterious absence as this powder print in my hands, or as in the projection I saw of Mrs. Doubtfire’s face, covered in cake icing, yelling “Hellooo!” from behind a refrigerator door. The three forms become visible through relations – your eyes meeting the objects’ eyes. They were or are utterly real, essentially themselves, but their realities are formally ungraspable. Like a wig and a mask of icing whose mysteries are out in front of themselves, in your face.

Nel giugno del 2014 uscì il numero estivo di cura.. Realizzai la copertina4 come se si trattasse di un corpo piatto e allungato che veniva preparato per una rivista – tatuato, ritoccato, colorato (con decalcomanie abbronzanti), le labbra rese lucide, e la pelle forata dalla faccia di Robin Williams. Durante tutto il mese seguente pubblicai online immagini della faccia di Robin. Tendo a essere ossessionato da facce che hanno certe caratteristiche formali ed emanano un carisma eccessivo e in qualche modo assurdo. Prima di Robin erano i Chow Chow, ora è Baby Sinclair dalla serie tv Dinosauri. L'undici di Agosto, Robin si suicidò.

Comprai un calco in resina della testa di Robin5 da uno studio di scenografia a Hollywood che glielo fece quando era vivo. I calchi dei volti sembrano anticipare la morte della persona – non solo richiedono che la persona “faccia il morto” durante la creazione dello stampo, ma vivono anche più a lungo della persona e la loro forma diventa una commemorazione replicabile. Ho scansionato in 3D la mia riproduzione, e lavorato con un modellatore 3D per aprire i suoi occhi e farlo sorridere, come nell'immagine che ho usato per copertina del magazine.

Ogni evento che accade nella realtà è una specie di iscrizione in cui un oggetto lascia il suo segno in un altro. La realtà inter-oggettiva è semplicemente la somma totale di tutti questi segni, che si incrociano ovunque, fusi a livello globale e temporale. Il modello della testa di Robin William è visto dal tecnico di Hollywood come una forma in gesso fatta due decadi prima. La riproduzione in resina arrivò al mio studio due settimane dopo, venne scansionata in 3D, scaricata da un modellatore 3D in Indonesia, scaricata e stampata in 3d (due volte) nel Queens, a New York, poi messa in mostra simultaneamente a Chicago e a Manhattan. C'è una qualche connessione sensuale tra Robin, i tecnici coivolti, gli oggetti e me stesso, nonostante le differenti scale temporali. 

Con la stampa vuota del volto in mano sono elettrizzato. In seguito, rimango con la sensazione che qualcosa sia continuamente assente. Come qualsiasi oggetto di per sé, Robin stesso non è mai stato un'espressione adeguata della sua effettiva esistenza. Di persona, brillava con la stessa misteriosa assenza di questa stampa digitale nelle mie mani, o come la proiezione che vidi del volto di Mrs. Doubtfire, coperta dalla glassa della torta, mentre urla "hellooo" da dietro la porta del frigo. Le tre versioni diventano visibili attraverso relazioni – i tuoi occhi incontrano gli occhi dell’oggetto. Erano o sono completamente vere, essenzialmente se stesse, ma le loro rispettive realtà non sono comprensibili dalla forma. Come una parrucca e una maschera di glassa i cui misteri sono fuori, davanti a loro stessi, e ti sbattono in faccia.

II

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I left St Louis, Missouri permanently one week ago. I lived there for two years, in many ways suffered the city’s significant problems and deficiencies, and still reel from the experiences I had there. For the purposes of this talk, however, I have chosen to speak about One Nite Stand, a karaoke bar at which I became a regular during my brief time in America’s heartland. Please do not take what I say as an attempt to redeem my experience there, as I do not wish to frame One Nite Stand as a truly positive place. It is a bar that any alderman would regret giving a liquor license to and the shear amount of drunk drivers that walk out of its doors every weekend are enough that that same alderman should consider a neighbourhood curfew to avoid immanent catastrophe. Throughout my time in St Louis and now, One Nite Stand is equally a symbol of post-industrial blight, segregation, and desperation; as it is a symbol of reconciliation, understanding, sympathy and democracy.

My first trip to One Nite Stand was significant, because it immediately solidified the bar as my favourite in St Louis. To introduce One Nite Stand, I will describe one portion of that experience here. Midway through most nights at a bar, there is a moment, at the top of the drunkenness bell-curve, when sloppiness in physical, emotional, and perceptual clarity and bearing are immanent, though at this point, their symptoms represent an ego indulged as confidence and thoroughly dissolved inhibitions. I was sitting alone at a table enjoying someone’s performance. A 60-year-old woman stumbled off the dance floor and planted herself on my lap. She said, “Honey, how are you?” And, after I tried to politely show my discomfort in the situation, she looked directly into my eyes and said, “Honey, what are you so afraid of?” The broader picture of the situation looked like this: she was sitting on my phone and I could feel it flex and bend; the general discomfort of having a strange, older woman sitting on my lap was exaggerated as I, let’s say, did not have an opportunity to fully adjust my posture to support her size; her arms were loosely hanging around my neck; and, her boyfriend or husband standing 3 feet from us, glared at me over her shoulder. I cannot tell if it was despite or because of the circumstances, but her question triggered a crisis of self, a metaphysical and spiritual self-evaluation that led me to choke out an answer: “I don’t know.” And she replied, “Honey, I know you might not want to have anything to do with an old nigger like me, but I saw you and knew you were special. That I wanted you to feel special. I mean, what I want to do is just get lunch with you. To get to know you. You’ve got something in you. You might not want to listen to a nigger lady like me, but you’re special and I just want you to know that. We just need to get lunch and talk and I will show you.” And then she hugged me deeply. It’s very possible that there was innuendo I was too self-aware to recognize. We were both very drunk, but had converged along very different psychic lines, and possibly had very different agendas in our conversation. But that is politics, the decisions we make that drive us toward and away from other people, and which cause the greater friction in our lives. We never exchanged contact information and the last I saw of her that night was in argument with her boyfriend/husband on their way out the door.

Ho lasciato definitivamente St. Louis, Missouri, una settimana fa. Ho vissuto lì per due anni, per molti versi accusandone i problemi e le significative mancanze, e mi sto ancora riprendendo da quella esperienza. Ciò nonostante, considerati gli intenti di questo racconto, ho scelto di parlare del One Nite Stand, un bar con karaoke di cui sono divenuto cliente abituale durante il mio breve periodo nel cuore d'America. Per favore, non prendete ciò che dico come un tentativo di redimere la mia esperienza lì, poiché non desidero immortalare il One Nite Stand come un luogo troppo positivo. È un bar a cui qualsiasi ufficio comunale darebbe la licenza per vendere alcolici con rammarico. Come se non bastasse, la grande quantità di guidatori ubriachi che escono dalle sue porte ogni fine settimana dovrebbe portare il sindaco a mettere il coprifuoco sul circondario, per evitare l’immanente catastrofe. Durante tutto il tempo trascorso a St. Louis e ancora adesso, il One Nite Stand ha ugualmente rappresentato un simbolo di desolazione, segregazione e disperazione, così come di riconciliazione, comprensione, empatia e democrazia.

La prima volta al One Nite Stand è stata significativa poiché l'ha da subito reso il mio bar preferito a St. Louis. Per raccontare del One Nite Stand, descriverò in questa sede una parte del mio vissuto. Nel mezzo della maggior parte delle notti passate in un bar, c'è un momento, al culmine della curva di Bell dell'ubriachezza, in cui tanto la sciatteria fisica ed emotiva, quanto quella della postura, oltre alle difficoltà percettive, divengono inevitabili, sebbene sul momento i sintomi emergano tramite un ego spacciato come sicurezza personale e tramite il completo dissolversi delle inibizioni.
Stavo seduto solo a un tavolo, mi godevo l'esibizione di qualcuno. Una sessantenne è venuta giù dalla pista da ballo e mi si è piantata sulle ginocchia. Mi ha detto: “Come va, dolcezza?”. E, dopo che ho tentato di mostrare il mio disagio per la situazione, mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Cosa ti spaventa tanto, dolcezza?”. Un'istantanea più dettagliata della situazione era questa: stava seduta sul mio telefono e io potevo sentirlo piegarsi e flettersi; il disagio generico di avere un'anziana estranea seduta in braccio era portato all'eccesso dal fatto che, diciamo, non avevo la possibilità di aggiustare la mia postura in modo da sopportarne la stazza; le sue braccia erano aggrappate mollemente al mio collo; e il suo fidanzato o marito, che stava a meno di un metro da noi, mi fissava da sopra la spalla di lei. Non saprei dire se fu nonostante o per via di quelle circostanze, ma le sue domande fecero subito scattare in me una crisi identitaria, un'autovalutazione metafisica e spirituale che mi tirò fuori un: “Non lo so”. E lei: “So che potresti non voler avere niente a che fare con una vecchia signora nera come me, tesoro, ma ti ho visto e ho capito che eri speciale. Che volevo farti sentire speciale. Nel senso, ciò che voglio è semplicemente pranzare con te. Per conoscerti. C'è qualcosa in te. Potresti non voler stare a sentire una donna nera come me, ma tu sei speciale e voglio semplicemente che tu lo sappia. Dobbiamo solo pranzare insieme e parlare e te lo dimostrerò”. Poi mi ha abbracciato intensamente. È assai probabile che ci fosse un qualche tipo di allusione ma ero troppo concentrato per rendermene conto. Eravamo entrambi davvero ubriachi, ma c’eravamo incontrati in stati mentali differenti, e probabilmente avevamo obiettivi diversi nella nostra conversazione. Ma questa è la politica, le decisioni che prendiamo sono quelle che ci avvicinano o ci allontano dalle altre persone, che poi è ciò che provoca la più grande frizione nelle nostre vite.
Non ci siamo mai scambiati i numeri e l'ultima cosa che mi ricordo di lei quella notte è una discussione con il suo fidanzato/marito mentre uscivano fuori dal locale.

About the strange political vectors collide at One Nite Stand and are exercised and redirected there. I will be clear. I was not looking to make friends at One Nite Stand. I don’t care about most of the people there. I came to the bar like anyone else: to forget about what happens outside of the bar and to have fun. The thing I cared about from the other people was a good performance, to know what and how they will sing. And for this, I had a largely unadulterated and enthusiastic sympathy, because karaoke represents a common language out of desperation. It functions directly through an exhausting, quotidian politics to allow people to share something with each other. This is why I am so interested in karaoke. And many people might reach for their revolver when faced with the prospect of singing in front of strangers, but even if they are in the audience, then they are part of a very interesting microcosm that might shed light on culture and the cultural institutions to which we wittingly and unwittingly dedicate our energy in perpetuity. This breakdown of political and social difference, the breakdown of a hierarchical position between audience and performer into a new kind of category – this is what I wish to describe. Because I think it provides a portrait of what it means to live with culture, and thereby, with other people.

Let’s begin with the context. One Nite Stand is located at the corner of Ohio and Gravois Avenues, the latter formerly known as the United State’s first transcontinental highway, Route 66. Several different neighbourhoods converge at this intersection: all generally working class, but nonetheless racially divided almost block by block. I had heard about One Nite Stand and its name stuck in my mind. The innuendo was so rare in a Midwestern and very isolated city. And it described karaoke so well: a time to express a strong, deeply internal feeling that had been bottled up throughout the week, to let yourself have it. The name gave permission to forget yourself. All you needed was a first name so the DJ could call your turn, but One Nite Stand took that anonymity further. Like an Alcoholics Anonymous meeting, it meant that you possessed a liberty to speak about your life, but here it meant you could indulge those desires you’ve resisted and then forget them the next day. It is only open on weekends. How many of us have had a one night stand on a Tuesday?

Like I said, the bar is a de-regulated space. It is somehow affable, pleasant, welcoming, and at the same time, seedy. Two chain-smoking bartenders wearing tight tank tops to show off their massive fake breasts, and soft-core porn plays on a big screen TV at the far end of the bar. It does not seem of this time: cigarette smoking still allowed (long outlawed in the majority of American cities), the beer comes in a bucket of ice (Budweiser or Busch are the only options), and hanging over the urinals in the men’s bathroom, pinned to a cork board, are dirty jokes that belie very, very antiquated attitudes toward women, family, and meaning of life. Perhaps it is the name of the place that reduces its immediately evident vice: it’s all out in the open, just this one time, it’s ok if we agree on that.

I do not want to forget why one goes to this bar. It is not for the expert cocktails. It is for karaoke, something, though indulged by many, still bares a level of embarrassment that most people do not wish to feel, especially publicly. But in the midst of so many things that would otherwise seem wrong, outdated, indulgent, immoral, and crude, all having somehow been accepted by your complicity with the name and the earnest smile of the greeter…it may be a deal with the devil, but it’s not so bad. It is a very American bacchanal, one that is more blue collar and populist. People looking for cheap entertainment. It could also be explained in this way: with complicity, you enter a contract, albeit social, and in so doing you become a party, defined by the terms of action laid out in the agreement. It defines you by something external to you. You’re playing a part. And in so doing, you’ve entered an almost fictional space, playacting in real time. And so, after buying a bucket of cheap beer on ice, you walk up a slight slope and enter the karaoke area in the back of the bar. The audience is split across several lines: a half black, half white turnout, half 20 somethings, half 40 or 50 somethings, a quarter gay, a quarter angry looking straight men looking around sheepishly after their girlfriends dragged them there. And you.

Let’s now talk about karaoke. In many ways, it is camp in its highest form. It is theatrical, artificial, unoriginal, and flirtatious. There is a temporary and roving spotlight, but already, everyone has decided to play a role. As I mentioned above, at One Nite Stand, complicity happens in a second, despite best intentions.

Strane correnti politiche si scontrano al One Nite Stand, e lì vengono esercitate o indirizzate verso un altro luogo. Sarò chiaro. Non era mia intenzione farmi amici al One Nite Stand. La maggior parte della gente che c'è lì non è di mio interesse. Andavo al bar come chiunque altro: per dimenticare ciò che accade al di fuori del bar e per divertirmi. Ciò che mi interessava, ciò che volevo dalle altre persone, era una buona esibizione, oltre a sapere cosa e come avrebbero cantato. E per questo motivo nutrivo una grande, sincera ed entusiasta simpatia, perché il karaoke rappresenta un linguaggio comune che emerge dalla disperazione. Si attiva per mezzo di un'estenuante politica quotidiana che permette alle persone di condividere qualcosa. Ecco perché sono così interessato al karaoke. Molte persone preferirebbero impugnare una pistola di fronte all'idea di cantare davanti a degli sconosciuti ma, anche se sono tra gli ascoltatori, essi fanno parte di quel microcosmo molto interessante in grado di gettare luce sulla cultura e le istituzioni culturali a cui consciamente o meno dedichiamo la nostra energia con tanto zelo. Questo venir meno della differenza politica e sociale, di una posizione gerarchica tra il pubblico e colui che si esibisce, e che dà vita a una nuova categoria – questo è ciò che desidero descrivere. Credo che fornisca un’immagine di cosa significhi vivere culturalmente, e di conseguenza con altre persone.

Cominciamo con il contesto. Il One Nite Stand si trova all'angolo tra l'avenue Ohio e la Gravois, quest'ultima meglio nota come la prima autostrada transcontinentale degli Stati Uniti, la Route 66. Molti quartieri diversi convergono in questo punto: tutti generalmente popolari ma comunque suddivisi etnicamente, pressoché isolato per isolato. Avevo sentito parlare del One Nite Stand e il nome mi era rimasto impresso. Il messaggio subliminale era estremamente insolito per una città un po' sperduta del Midwest. E descriveva il bar-karaoke molto bene: un'occasione per esprimere un sentimento forte e intimo, represso nel corso della settimana, e che alla fine ti concedi. Il nome stesso ti dava il permesso di lasciarti andare. Tutto ciò di cui avevi bisogno era un nome, in modo tale che il dj potesse chiamarti quando era il tuo turno, anche se il One Nite Stand andava oltre quel livello di anonimato. Come a un incontro degli Alcolisti Anonimi, significava possedere la libertà di parlare della tua vita, e in più significava poter soddisfare quei desideri cui avevi posto resistenza, per poi dimenticartene il giorno dopo. È aperto solo nel fine settimana. Quanti di noi hanno avuto una one night stand il martedì notte?

Come ho detto, il bar è un luogo senza regole. È in un certo qual modo affabile, piacevole, accogliente e al contempo squallido. Ci sono due bariste, del tipo fumatrici incallite che portano canottiere attillate per mettere in mostra i loro enormi seni rifatti, mentre film soft porno passano sul grande schermo in fondo alla sala del bar. Non sembra un luogo dei giorni nostri: si ha la possibilità di fumare all'interno (ormai vietato da molto tempo nella maggior parte delle città statunitensi), la birra viene servita in un secchiello con ghiaccio (la Budweiser o la Busch sono le uniche opzioni), e appesi sopra gli orinatoi nel bagno degli uomini, attaccati a un pannello di sughero, si possono trovare barzellette sporche che scherzano su attitudini molto, molto antiquate riguardo le donne, la famiglia e il senso della vita. Forse è il nome del luogo che immediatamente crea un riferimento evidente al vizio: è tutto alla luce, solo per questa volta, ed è okay se siamo tutti d’accordo.

Non voglio tralasciare il perché si va in questo bar. Non è per i cocktails da intenditori. È per il karaoke che, sebbene oramai assimilato da molti, rappresenta ancora un momento imbarazzante che la maggior parte delle persone non desidera esperire, specialmente in pubblico. Ma nell’insieme delle tante altre cose che in altre circostanze sarebbero sbagliate, demodé, troppo indulgenti, immorali e oscene, e che in qualche modo sono state accettate attraverso la tua complicità con il nome e il sincero sorriso del cameriere all’ingresso... Potrebbe essere un patto con il diavolo, ma non è poi così male. È un vero baccanale americano, un po' più operaio e populista. È gente che cerca divertimento a basso costo. Si potrebbe anche spiegare in questo modo: con la complicità, tu stipuli un contratto, seppur sociale, e facendo così, diventi una parte, definita dai termini d'azione previsti nell'accordo. Ti definisce attraverso qualcosa che ti è esterno. Stai interpretando un ruolo. E così facendo, sei entrato in uno spazio fittizio, dove reciti in diretta. E così, dopo aver acquistato il secchiello con la birra a buon prezzo immersa nel ghiaccio, cammini su per una lieve salita e entri nell'area karaoke sul retro. L'audience è suddivisa in diverse file: una platea per metà nera, per metà bianca, per metà sui 20 anni, per metà tra i 40 e i 50, un quarto gay, un quarto che guarda aggressivamente gli uomini etero che si guardano intorno imbarazzati dopo che le loro ragazze li hanno trascinati lì. E poi ci sei tu.

Parliamo ora del karaoke. Per molti versi, è camp all'ennesima potenza. È teatrale, non originale, e malizioso. C'è una luce intermittente e instabile ma già tutti hanno scelto il loro ruolo. Come dicevo, al One Nite Stand, la complicità si crea in un attimo, nonostante le migliori intenzioni.

II-03

II-03

Like language, pop music is something that we have absorbed from culture and karaoke is a medium through which we reconcile some of these late-capitalist traditions against ourselves. It emerged of two earlier American traditions–folk and blues–and spread globally in easily distributable, 3 minute melodramatic melodies. In a way, karaoke, reabsorbed globally, returns pop to its roots, and provides a language and structure for individuals to articulate theirselves. Karaoke is a form as banal and cliché as the songs that pass on its screens, rendered to the point of meaningless by their ubiquity and commodification into an ethereal currency of emotion. But now it becomes visible that, like language, it provides the ties necessary to build a community and unite many different types of people. And, in karaoke, it allows everyone a voice, then the mood in the air is one of democracy and its cacophony of opinion. Communities, by their nature also exclude people. So, how do you attract these misfits, outcasts, and pariahs? Pop music, as a vehicle for capitalist and hegemonic strategies, in many ways, has made us all feel like outcasts. There is no ideal community and One Nite Stand, in its anarchic world, represents this.

I’ve decided to talk about karaoke through the lens of a karaoke bar called One Nite Stand in St Louis, but before I begin that discussion, it’s important to understand the cultural and political climate of St Louis itself. I moved to the Midwestern city in June 2012 to take a job at White Flag Projects. Everywhere, there is a burden of the city’s former prosperity which polarizes between the north side (once white and wealth, now predominantly black and poor) and the south side of the city (more suburban in its layout and feel). Jobs are scarce and relegated to the suburbs. Downtown St Louis is empty day and night (except during a baseball game). It’s an old story in Rust belt cities. And I suppose one more extreme example might drive this point home about the harsh and deeply historical lines that have been drawn all over the city: during my first week in St Louis, I heard the news on the radio that a homeless man had been set on fire the night before. Set on fucking fire.

So, now we know the politics, how do people live together and what is actually happening at One Nite Stand. The set up is this: a small stage with a brick wall behind it (so emblematic of St Louis and its rows and rows of homes made with brick…and brick theft), stenciled with a small One Nite Stand logo. At this point, the name’s meaning becomes less innuendo and more of a political statement: for one night, one takes a stand, shares a voice. All of the components of the room are shabby, worn by years of smoke damage, and, in part, may only be there to fill the room. But they serve another purpose, they provide a theatrical air to the room and focus attention on the entertainment, which, as karaoke works, is supplied by the bars own customers. What happens is a breakdown between audience and performer. The entire enterprise takes place out in the open, anyone can sing, it’s public.

Come il linguaggio, la musica pop è un qualcosa che abbiamo assorbito dalla cultura e il karaoke è il mezzo attraverso cui ci riappacifichiamo con alcune di queste tradizioni tardo-capitalistiche. Emerso da due precedenti tradizioni statunitensi come il folk e il blues, si è diffuso globalmente in maniera facile e condivisibile, tre minuti di melodie melodrammatiche. Per un verso, il karaoke, riassorbito globalmente, riporta la musica pop alle sue radici e dona un linguaggio e una struttura che consente agli individui di articolare loro stessi. Il karaoke è una forma tanto banale e scontata quanto le canzoni che passano sui suoi schermi, l’ubiquità e gli adattamenti delle quali le privano di senso e le trasformano in un'eterea valuta di scambio dell'emozione. Ma ora diviene chiaro che il karaoke, come il linguaggio, fornisce i legami necessari per costruire una comunità e unire persone di tipologie molto diverse. E nel karaoke, il linguaggio concede a tutti di avere una voce, quindi crea un’atmosfera di democrazia con la sua cacofonia di opinioni. Anche le comunità, per loro natura, escludono le persone. Perciò come si attraggono tutti questi disadattati, emarginati e reietti? La musica pop, come veicolo di strategie capitalistiche ed egemoniche, in molti modi, ha fatto sentire tutti noi come degli emarginati. Manca una comunità ideale e il One Nite Stand, nella sua anarchia, la rappresenta.

Ho deciso di parlare di karaoke attraverso il filtro del bar One Nite Stand a St. Louis, ma prima, è importante capire il clima culturale e politico di St. Louis stessa. Mi sono trasferito nella città del Midwest nel giugno 2012 per una posizione lavorativa da White Flag Projects. Ovunque in città si avverte un fardello che deriva dalla sua passata prosperità e che divide la parte nord (una volta bianca e benestante, ora prevalentemente nera e povera), dalla parte sud (più suburbana sia d'aspetto sia di spirito, nonostante sia per lo più bianca e appartenente alla classe operaia, demograficamente parlando). Il lavoro è scarso e relegato alla periferia. Il centro di St. Louis è vuoto giorno e notte (fatta eccezione per quando c'è una partita di baseball). È una vecchia storia, tipica delle città della zona nota come il “Rust Belt”. Un ulteriore esempio, estremo, potrebbe rendere l'idea della disperazione che pervade la città: durante la mia prima settimana a St. Louis, mi è capitato di sentire alla radio la notizia che la notte prima qualcuno aveva dato fuoco a un senza tetto.

Quindi ora conosciamo la sua politica, come le persone convivono e cosa effettivamente capita al One Nite Stand. Questa è la configurazione dello spazio: un piccolo palco con un muro di mattoncini dietro (davvero emblematico di St. Louis e le sue file e file di case in mattoncini), con sopra un piccolo stencil del logo del One Nite Stand. A questo punto, il significato del nome diviene meno subliminale e più un intento politico: per una notte, si prende una posizione e si condivide la propria voce. Tutto ciò che arreda la sala è sciatto, consumato da anni di fumo, e in parte potrebbe essere lì solo per riempire lo spazio. Ma ha invece un'altra funzione: dona un'aura teatrale all’ambiente e focalizza l'attenzione sull'intrattenimento che, così come il karaoke, è offerto dagli stessi avventori del bar. Viene meno la divisione tra pubblico e chi si esibisce. Tutto si svolge alla luce, tutti possono cantare, tutto è cosa pubblica.

There are glaring differences in people’s abilities. Some are incredible singers and others are so meek and embarrassed on stage that they barely sing a word. But what is important to remember is that there is no career in karaoke and therefore, less striving for authority. One is a little bit more free, possesses a somewhat idyllic democratic liberty to pursue oneself in the midst of others doing the same. Since the sound at One Nite Stand is so bad, it defeats even the most talented. Therefore, the context emphasizes the performance, which, as I have described it, is already integrally linked to audience involvement. It is choosing a song that the whole room wishes to sing. (This is perhaps why many people favour anthems like Madonna’s “Like a Prayer” or why my most successful karaoke song tends to be Bruce Springsteen’s “Born in the USA”…but it is not necessary that an anthem be sung or that people will sing along. You still have to read the room). Or, it is about failing to do either. Simply, it is about failing and though we do not want to watch this all the time, it acknowledges something very important about karaoke: all of our performances are failures on a certain level and this is their virtue. Our best chance is that we get 3 minutes to share something with an audience and expunge something from ourselves. In short, there’s simply too much weighing on the songs themselves, too much artificiality that we all fail, but in the performance there is the possibility for grace. And for this, it is also important that it is done in public, not like some bullshit private room karaoke.

So what exactly are we performing? In many ways we are performing difference, our own and others. As I have already described, One Nite Stand immediately creates a suspension of self. It insinuates us into a performance of self and because it is such a lowly place, it alleviates the pressure for high morality, high expression, and general high standards. There is generally no narrative to the night, no theme. The people there are as heterogeneous as the variety in the Karaoke Book of Songs. The only cause and effect is that it is bad taste to sing a song that has already been sung. And the only arch might be that of drunkenness, a bell curve from nervous to confident to over confident to falling down. But the reality is, the forward thrust of time is somewhat suspended. Flavoured shots seem more relevant than progress and development. And though there is definitely some easing into it all, perhaps what could be characterized as an introduction (read: first couple drinks), with songs from the 50s, the 90s, back to the 60s, from today, etc. time moves in multiple, disorderly, and oblique directions.

Ci sono differenze eclatanti riguardo le abilità delle persone. Alcuni sono cantanti incredibili mentre altri sul palco sono così modesti e imbarazzati che riescono a malapena a cantare una parola. Ma ciò che è fondamentale ricordare è che non c'è possibilità di carriera nel karaoke e di conseguenza che c’è meno lotta per il primato – l'audio al One Nite Stand è così di bassa qualità da penalizzare anche i più talentuosi. Ti rende un po' più libero, ti fa possedere una specie di idillica e democratica libertà di realizzazione personale in mezzo ad altri che stanno facendo lo stessa cosa. Perciò, il contesto enfatizza la performance che, come ho descritto, è già integralmente connessa al coinvolgimento del pubblico. Si tratta di scegliere una canzone che tutta la sala desidera cantare. (Questo è forse il motivo per cui molti preferiscono inni come “Like a Prayer” di Madonna o il motivo per cui la mia canzone al karaoke più di successo tende a essere “Born in the USA” di Bruce Springsteen... ma non necessariamente bisogna cantare un inno perchè la gente si unisca a te a cantare. Devi essere in grado di leggere la sala). O si tratta di fallire in entrambe le cose. Semplicemente, si tratta di fallire e nonostante non sempre vogliamo assistere a questo, esso ci insegna qualcosa di molto importante sul karaoke: ad un certo livello, tutte le nostre interpretazioni sono fallimenti e questa è la loro virtù. Nel caso migliore abbiamo quei tre minuti per condividere qualcosa con un pubblico, ma anche per liberarci di qualcosa. In breve, c'è semplicemente troppo peso sulle canzoni, troppa artificialità che ci porta a fallire, tuttavia nell’esibizione c'è la possibilità di raggiungere la grazia. E anche per questo è importante che sia fatto in pubblico e non, come qualche altro stupido karaoke, in stanze private.

Quindi esattamente in cosa ci esibiamo? Per molti versi, stiamo mettendo in scena la differenza, la nostra e quella altrui. Come ho già detto, il One Nite Stand crea immediatamente una sospensione dell'io. Ci porta nell’esibizione del nostro io e, poiché il bar è un luogo molto triviale, allevia la pressione che sentiamo verso la moralità alta, l'espressione alta e in generale verso gli standard alti.
Generalmente non c'è narrazione nel corso della notte, nessun tema. La gente è tanto eterogenea quanto la varietà di canzoni nel libro del karaoke. L'unica causa-effetto si trova nel fatto che è considerato di cattivo gusto cantare una canzone che è appena stata cantata. E l'unico arco potrebbe essere quello dell'ubriachezza, una curva di Bell che va dal nervosismo alla sicurezza di sé, poi all'estrema sicurezza di sé fino a crollare. Ma la realtà è che la spinta in avanti del tempo è in qualche modo sospesa. Cicchetti di vari gusti sembrano più rilevanti di progresso e sviluppo. E anche se tutto è decisamente facilitato (forse anche da ciò che potrebbe essere definito un’ introduzione – vedi: i primi due drinks), con canzoni degli anni ‘50, ‘90, per tornare ai ‘60, di oggi, ecc. il tempo si muove in direzioni molteplici, oblique, e disordinatamente.

II-06

II-06

The bar closes at one thirty in the morning and everyone, very drunk, but elated, gets into their cars and drives home, or to the next bar that is open later, drunk. Drunk driving is an unfortunate consequence of the night and of St Louis. I don’t wish to defend it, but, for it means One Nite Stand, is that the bar extends out into the world. It is not good to re-enter the world in this state. And actually I have done it more times than I would like to admit. I am lucky that I did not meet more serious consequences than guilt and fear the next morning. A guilt, fear and shame exacerbated by a severe, second hand (and first hand) smoke hangover, cheap beer, and shots whose contents I did not know. There should be a hangover from this experience. Emotional, too. One that helps you to remember who you are again. And reaching to one nite stand to remember that is was just for a night, as well as to find your aspirin and a glass of water.

Il bar chiude all'una e trenta del mattino e tutti, molto ubriachi ma euforici, entrano nelle macchine e guidano verso casa o verso un altro bar aperto fino a tardi. Guidare ubriachi è una brutta conseguenza della serata e di St. Louis in generale. Non voglio difendere la cosa, ma in qualche modo significa che il One Nite Stand si prolunga fuori, nel mondo. Non è un bene rientrare nel mondo in questo stato. E a dire il vero, è capitato anche a me, più volte di quanto voglia ammettere. Sono stato fortunato nel non aver incontrato conseguenze più serie del senso di colpa e un po' di paura il giorno seguente. Colpa, paura e vergogna esacerbate dai forti postumi di fumo passivo, birra economica e cicchetti il cui contenuto rimane ignoto. Ci dovrebbero essere dei postumi specifici per questa esperienza. Emotivi anche. Qualcosa che ti aiuti a ricordare chi sei di nuovo. E che ti riconduca all’One Nite Stand per ricordarti che è stato per una sola notte, mentre prendi la tua aspirina nel tuo bicchiere d'acqua.

III

III

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I’m in Moscow. I can’t cross Mokhovaya Street because there aren’t any crosswalks and the Russians drive like madmen. This happened to me before. I’m walking on the freeway and I have to continue until I reach a traffic light for pedestrians or an underpass and then go back to the point where Google Maps actually told me to cross. I go down into the Borovitskaya subway station and, voila, I come out on the other side of the road. It’s sunday and I’m on my way to the Pushkin Museum. I like Gauguin’s paintings. There are many, even the famous ones. They’re small but colourful. They put me in a good mood, even though it feels like I’m in an oratory by the way they’re hung in there. In another room there are paintings by Italians. There’s one by Renato Guttuso that’s called Sunday of a worker from Calabria in Rome. It’s of a man with an annoyed face, sitting by a window sill and smoking. On a table in front of him a record player spins. Outside, buildings are stacked one on top of another. The painting isn’t as beautiful as Gauguin’s, but I’m impressed anyway. I think, how did a poor guy from Southern Italy end up in Moscow? My father came to Moscow on vacation whe he was nineteen. A photo of him standing straight like a pole in the middle of a snowy Red Square hangs on the wall at home, with the other family portraits. I’ve come to Moscow and I’m twenty-five. It’s summer and thirty degrees. I’m on vacation. Last year flights to Moscow were too expensive so I went somewhere else but this year I organized myself in advance. I’ve always been crazy about Russia. As a child, at a country fair, I played one of those scrolls that tell you about the history of your family name. They said that mine has Russian origins. I believe it a little, because I feel a little Russian, and even see myself as one. You could say then that I came to visit my “other” homeland…

I’ve been a farmer for about a year. My grandfather died last year. He was sick, but no one thought that the disease would take him away so suddenly. He left me a gold Rolex and several acres of land: vineyards, olive groves, orchards. They still don’t belong to me, and maybe they never will – we’re a big family – but I’ve stepped up to take care of them. In grandfather’s last years I began to help him in the country. I learnt the exact location of each plots, which gate or door matches which key, the names of the farmers and so on – information that my father and his brothers mostly ignored. I learned to use agricultural equipment, chemical fertilisers, to sow and harvest; to juggle all of that and the paperwork involved in conducting the farm; to keep pace with the countryside. I also learned to give orders. I don’t think that my grandfather was planning on “abdicating” and I certinaly wasn’t ready to deal with the whole mess. But what happened happened.

My best friend works in a bar that also serves grilled meat. I go to dinner just in case he’s there: a bruschetta, a steak, a quarter-litre of red wine diluted with lemonade and three glasses of amaro – two passed under the table. The bar’s owner is a guy who worked in advertising in Milan – or so they say – and went back to manage the family business. I also lived in Milan and begun to study economics at the Statale University. In the first year I only took one exam. In the second, I paid tuition fees but I was down in the south more often than I was there. I helped my parents, I helped my grandfather in the countryside. In the third year I didn’t pay the tuition fees and decided I was finished with university and with Milan. We bought a house for my brother, a hole in a council house, and now I go to Milan twice a year for the seasonal sales. When I decided to move back home I wanted my “stage exit” to feel like The Great Beauty, to get the chance to face one of those Milanese yuppies and say “I’m out of here, I’m going back to the countryside. Milan really disappointed me…” The truth is that everyone who lived there seemed like fags – including my brother.

The bar is on a main road. When it was run by the father of the guy in adversing, mainly employees and workers from a winery cooperative opposite it came to eat and drink. Now everyone comes: families, boys, the rich and poor. The advertising guy rearranged all the bars, and now it looks like a postcard, with checkered paper tablecolths and trattoria-style glasses and plates. “Bar with small kitchen” is written under the name on the front window, a faggy thing like “brasserie,” “grocery,” “dairy” that they have in Milan. It’s only open in summer. And, you can really see that it rakes it in. He is nice and always treats me well. But he’s an asshole with his employees. He gives my friend fourty euros for more than eight hours of work a day, from five in the afternoon to well after midnight. When I pay I like to leave a five euro tip, but when I ask him to give it to my friend, the asshole tells me that tips are divided equally among all the waiters.

My brother asked me to bring him and his friend to see the “property,” what he calls the land... His friend is a fag, for sure. He’s an American, and since arriving, everything he sees anything – a country house, a house in town, a pasta dish, a plate of vegetables – he says, “This is so Elena Ferrante!” Who the fuck is Elena Ferrante? I have no idea, but I don’t ask. People like him who get to study at Harvard can be pedantic…

We have some land between the highway and the coast, near the industrial zone. It’s my brother’s preferred property, because as a child grandfather always brought him to see the peacocks he kept there. When I was born, only one peakcock was still alive. Grandfather killed him, stuffed him and gave him to us. (Our mother keeps it in the garage, because she says it’s kitsch.) The house on the grounds is, indeed, beautiful. It has two stories, with stairs on the side leading to the first floor. My brother goes up there; from the windows of the rooms you can see the sea. He says we should turn it into a B&B, four rooms upstairs and four we should build in the stables where the peacocks were once kept. At the centre, a swimming pool where the vegetable garden was. Buy mountain bikes so guests can go to the beach by bike, he says – you know that they’ll enjoy it...One hundred and fifty euros per day to eat dust off country roads. But even if we want to do this, who’s going to give us the money to set up a B&B? The region?

There are vineyards behind the house. This year the grapes are stunted and wild boars keep on eating entire rows. A friend tells me that last year he went to the region with a lawyer and he got back five hundred euro per acre. The wild boars are a disgrace. At night, they suddenly appear on the road, the mother, weighing 300 kilos, followed by ten, fifteen children. If you hit one, you have to get rid of your car. And if you don’t, you’re screwed, and the insurance won’t pay for it either because you have to bring them the “corpus delicti.” I bet that it was the boars who made the well outside the house collapse. It was pretty dangerous, but now it’s just a dark hole. The fag friend almost fell into it.

My mother tells me: “It seems like it’s torture every time you go to countryside…” It has become chorus. Since my brother spilled it, she always uses that word: torture, as if she really understood that word. I was upstairs, we had just finished lunch. I heard what he said: “But why is he always pissed off when he has to go to the countryside? It seems like it’s torture to him…” And then, the sentence: “We all choose what we do, he has to choose too.” Like hell we've all chosen what to do! If he chose, but we... My father has the same job as his mother, my mother has the same job as my father and I have the job of my father's father. But you see, I wasn’t meant to be like this. Nowadays one chooses what to do, but with so many choices, I get lost. In front of the buffet I had a panic attack. I wanted everything, and I wanted it right away. But where to start? From right to left, from the centre?

Once the vine reaches thirty, you have to shake it off and start a new one. When it came time for us to get down and break our backs and strip those roots, I felt like I couldn’t remove myself from all that. In fact, I could say that I didn’t choose, I decided to be a farmer. Now the question is not whether I like my job or not. It’s work and must be done. If I want to do it, good, if I don’t, amen, I must do it anyway. That’s why I’m always pissed off, because obviously I don’t feel like it.

Sono a Mosca. Non riesco ad attraversare la Mokhovaya Street perché non ci sono strisce pedonali e i russi corrono come maledetti. Mi è già capitato che, su queste strade a scorrimento veloce, devo continuare a camminare prima di trovare un semaforo per pedoni o un sottopassaggio e poi tornare indietro al punto dove Google Map mi diceva invece di attraversare. Scendo nella stazione della metropolitana di Borovitskaya e, tac, esco in superficie sull’altro lato della strada. È domenica e sono diretto al Museo Pushkin.
Mi piacciono i quadri di Gauguin. Ce ne sono tanti, anche di quelli famosi. Sono piccoli ma sono colorati. Mi mettono di buon umore, pure appesi in quella stanza che mi sembra di essere dentro all’oratorio. In un’altra stanza ci sono i quadri dei pittori italiani. C’è un quadro di Renato Guttuso che s’intitola La domenica di un operaio calabrese a Roma. Raffigura un uomo con una faccia scocciata, seduto a fumare sul davanzale di una finestra. Su un tavolo davanti a lui c’è un giradischi che suona. Fuori, palazzi accatastati uno sull’altro. È un quadro meno bello di quelli di Gauguin, però mi rimane impresso. Penso: come ci è finito un poveraccio del Sud Italia a Mosca?
Mio padre è venuto in vacanza a Mosca a diciannove anni. Una foto di lui impalato in mezzo alla Piazza Rossa piena di neve è appesa a casa, tra altre foto di famiglia. Io sono venuto a Mosca a venticinque anni. È estate e ci sono pure trenta gradi. Sono anch’io in vacanza. L’anno scorso l’aereo per Mosca costava troppo e allora sono andato da un’altra parte; ma quest’anno mi sono organizzato prima. La Russia mi ha sempre appassionato. A una fiera di paese, da bambino, mi ero fatto fare una di quelle pergamene che ti raccontano la storia del tuo cognome. Il mio, dicevano, ha origini russe. Un po’ ci credo, perché un po’ russo mi ci sento, e pure mi ci vedo. Diciamo quindi che sono venuto a visitare “l’altra” mia terra…

Faccio l’agricoltore da circa un anno. Mio nonno è morto l’anno scorso. Era malato, ma nessuno avrebbe mai detto che la malattia se lo sarebbe portato via così repentinamente. Mi ha lasciato un Rolex d’oro e svariati ettari di terra: vigneti, oliveti, frutteti. Non mi appartengono ancora, e forse non mi apparterranno mai – la nostra è una famiglia numerosa – ma mi sono fatto avanti per prendermene cura. Negli ultimi anni in cui nonno viveva avevo cominciato a seguirlo in campagna. Ho imparato la posizione esatta dei singoli appezzamenti, a quale cancello o porta corrispondesse ogni singola chiave, i nomi dei contadini a servizio e così via – tutte informazioni che mio padre e i suoi fratelli in tanti casi ignoravano. Ho imparato a utilizzare gli attrezzi agricoli, i fertilizzanti chimici, a seminare e a raccogliere; a destreggiarmi nella burocrazia necessaria a condurre l’azienda agricola; a tenere il ritmo della campagna. Ho pure imparato a dare ordini. Mio nonno non credo avesse in programma di ‘abdicare’, né io ero pronto a sobbarcarmi tutto quel macello. Poi è successo quello che è successo.

Il mio migliore amico lavora in un bar che fa pure la carne alla griglia. Vado a cena, da solo, che tanto c’è lui: una bruschetta, una bistecca, un quarto di vino rosso allungato con la gazzosa e tre bicchieri di amaro – due passati sottobanco. Il bar è di un ragazzo che faceva il pubblicitario a Milano – o così dicono – e se n’è tornato a gestire l’attività di famiglia. Anch’io avevo cominciato a studiare economia alla Statale. Il primo anno ho dato un solo esame. Il secondo ho pagato le tasse universitarie ma stavo più tempo giù che su. Aiutavo i miei genitori, aiutavo mio nonno in campagna. Il terzo anno non ho pagato le tasse e ho deciso che con l’università e Milano avevo chiuso. Abbiamo comprato un appartamento a mio fratello, un buco in una casa di ringhiera, e a Milano adesso ci vado due volte all’anno, per i saldi. Quando mi sono ritrasferito a casa avrei voluto che la mia “uscita di scena” suonasse come ne La grande bellezza, avrei voluto dire anch’io a uno qualunque di quei milanesi da bere: “Vado via. Torno al paese. Milano mi ha molto deluso…” La verità è che mi sembrano tutti froci quelli che abitano là – mio fratello compreso. Il bar è su una strada provinciale. Quando lo gestiva il padre del pubblicitario ci venivano a mangiare e bere prevalentemente gli impiegati e gli operai di una cantina sociale che sta di fronte. Adesso ci vengono tutti: le famiglie, i ragazzi giovani, i ricchi e i poveri. Il pubblicitario ha risistemato tutto il bar, sembra una cartolina adesso, con le tovaglie di carta a scacchi e i bicchieri e i piatti da trattoria. Sotto il nome sulla vetrata ha scritto “Bar con piccola cucina”, una frociata tipo quelle ‘brasserie’, ‘drogherie’, ‘latterie’ che ci sono a Milano, appunto. Sta aperto solo l’estate. E infatti si vede che guadagna un botto. Lui è simpatico e mi tratta sempre bene. Ma con i dipendenti è uno stronzo. Dà al mio amico quaranta euro per più di otto ore di lavoro, dalle cinque del pomeriggio all’una di notte passata.
Pago e lascio i cinque euro di resto; gli chiedo di darli al mio amico, ma lo stronzo mi ricorda che le mance si dividono equamente tra tutti i camerieri.

Mio fratello mi chiede di portare lui e il suo amico a vedere le “proprietà”, come chiama lui i terreni… L’amico è frocio, sicuro. È americano, e da quando è arrivato, a ogni cosa che vede – una casa di campagna, una casa di paese, un piatto di pasta, un piatto di verdura – dice sempre: “This is very Elena Ferrante!” Chi cazzo è questa Elena Ferrante non lo so, ma non chiedo, che questa è gente che ha studiato ad Harvard e non sia mai che comincia con lo spiegone…
Abbiamo un terreno tra la strada statale e la costa, vicino alla zona industriale. È la proprietà preferita di mio fratello, perché nonno lo portava sempre da bambino a vedere i pavoni che teneva lì. Quando sono nato io, di pavoni, ne era rimasto vivo uno solo. Nonno l’ha ucciso, l’ha fatto impagliare e ce l’ha regalato. (Nostra madre lo tiene in garage, perché dice che è una cosa kitsch.) Effettivamente la casa in mezzo al terreno è bella. È a due piani, con una scala sulla facciata che porta al primo piano. Mio fratello sale su, dalle finestre delle stanze si vede il mare. Dice che dovremmo farci un bed & breakfast, quattro stanze sopra, quattro da ricavare nelle stalle dei pavoni. Al centro, dove c’era l’orto, una piscina. Compri le mountain-bike così gli ospiti vanno in spiaggia in bicicletta, dice – sai che spasso… Uno ti da centocinquanta euro al giorno per andare a mangiare la polvere delle strade di campagna. E pur volendo, chi ce li dà a noi i soldi per fare il bed & breakfast? La regione?
Dietro la casa ci sono le vigne. Quest’anno i grappoli d’uva sono rachitici e i cinghiali continuano a mangiarsene interi filari. Un amico mi dice che l’anno scorso ha fatto ricorso alla regione tramite l’avvocato e gli hanno ridato cinquecento euro a ettaro. I cinghiali sono una disgrazia. Sbucano all’improvviso sulla strada, di notte, la madre che farà trecento chili e dietro dieci, quindici figli. Se ne investi uno, devi buttare la macchina. E se non lo fai secco, l’assicurazione non ti ripaga neanche perché devi portargli il “corpo del reato”. Ci scommetto che sono stati loro a far crollare del tutto il pozzo davanti alla casa. Era bello pericolante, ma adesso è una voragine buia. L’amico frocio per un pelo non ci finisce dentro.

Mia madre mi dice: “Pare che è un supplizio per te andare in campagna…” È diventato un ritornello. Da quando l’ha pronunciata mio fratello, usa sempre quella parola: supplizio, manco l’avesse imparata quella volta… Io ero su, avevamo appena finito di pranzare. L’ho sentito quanto ha detto: “Ma perché è sempre incazzato quando deve andare in campagna? Pare che è un supplizio per lui…” E poi, la sentenza: “Tutti ci siamo scelti cosa fare, che se lo scegliesse pure lui.” Col cazzo che tutti ci siamo scelti cosa fare! Lui se l’è scelto, ma noi… Mio padre fa il lavoro di sua madre, mia madre fa il lavoro di mio padre e io faccio il lavoro del padre di mio padre. Però vedi che non doveva andare così. Ai giorni nostri uno si sceglie cosa fare, ma io nel ventaglio delle scelte mi ci sono perso. Di fronte al buffet ho avuto un attacco di panico. Volevo tutto, e lo volevo subito; ma da dove cominciare? Da destra, da sinistra, dal centro?
Dopo trent’anni devi togliere la vigna e ripiantarne una nuova. Quando è arrivato anche per noi il momento di mettersi giù e spaccarsi la schiena per estirpare le radici, io non me la sono sentita di sottrarmi di fronte a tutta quella fatica. Infatti, potrei dire che io non ho scelto, ho deciso di fare l’agricoltore. Adesso la questione non è se il mio lavoro mi piace o no… È lavoro e va fatto. Se mi va di farlo, bene, se non mi va, amen, devo farlo lo stesso. È per questo che sono sempre incazzato, perché ovviamente non mi va.

IV

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14 ⁄ 10 ⁄ 2012

You are a sensory tightrope walker but, thanks to this warm wind you don’t fall. It will be a nice dive, can the waves be seen from the satellite?

         

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21 ⁄ 10 ⁄ 2012

The scratch on my chest is finally healing. It's shaped like a lepidopter, a fickle flake always confetti.

         

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26 ⁄ 10 ⁄ 2012

There’s a trick in the twilight

         

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1/11/2012

I think its very important to remember that driving home this morning I crashed my bike. And I'm serious, I hurt my elbow and everything else. But. I was lying on the asphalt and there I remained for half an hour to watch my signs that were the moon and the stars that are deceitful, I miss them so much and you, you missed it, and I swear it bothers me.

         

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5/11/2012

in the end I slide a finger, then I push and I see what happens.

         

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20/11/2012

Share secrets. Open your guts and prey on masters. Shed your recognizability and never fall into the imagery.

         

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31/12/2012

I grabbed the pen with the tender part behind my knee. In the time of misty drawing. The dripping one, remember?

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14 ⁄ 10 ⁄ 2012

Sei un equilibrista del senso ma, è per questo vento caldo che non cadi. Sarà un bel tuffo, le onde si vedranno dal satellite?

         

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21 ⁄ 10 ⁄ 2012

La scorticatura che ho sul petto si sta finalmente rimarginando. Ha la forma di un lepidottero, un fiocco incostante sempre coriandolo.

         

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26 ⁄ 10 ⁄ 2012

C'è un inganno nel crepuscolo

         

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1/11/2012

Credo sia molto importante ricordare il fatto che tornando a casa questa mattina sono scivolato in bici. E sono serio, mi fa male il gomito e tutto il resto. Però. Ero steso sull'asfalto e lì son rimasto per mezz'ora a guardare i miei striscioni che erano la luna e le stelle che spergiuro, mi mancano come non so e tu, tu te lo sei perso e giuro mi scoccia.

         

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5/11/2012

alla fine striscio un dito, poi spingo e guardo cosa succede.

         

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20/11/2012

Condividi i segreti. Apriti lo stomaco e preda i maestri. Privati delle riconoscibilità e non cadere mai nell'immaginario.

         

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31/12/2012

Ho impugnato la penna con quella parte morbida dietro al ginocchio. Quella volta di quel disegno umido. Quello che colava ricordi?

V

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The Rebel Plane Buzzed The Beach And Frightned The Vacationers.

L'aereo ribelle
ha sorvolato
la spiaggia
a bassa quota
spaventando
i turisti.

V_01

V_01

Maffie.

Maffie.

V_02

V_02

The Sleekest Man Said: "Everybody should have sad Eyes and The Waterproof Newspaper".

L'uomo più
elegante
disse: "Tutti
dovrebbero
avere gli occhi
tristi e il
Giornale
Impermeabile".

V_03

V_03

Summer 2002. I Had Sad Eyes And You Told Me The Truth Doesn’t Care About Temperatures.

Estate 2002. Avevo
gli occhi
tristi e mi
dicevi
la verità
se ne frega
delle
temperature.

V_04

V_04

One of the most famous wooden spaceships on a Brazilian beach.

Una delle più
famose
astronavi
di legno lungo
una spiaggia
brasiliana.